Ci sono persone che attraversano il mondo per conoscerlo e altre che riescono, attraverso il proprio sguardo, a trasformarlo in poesia. Yuliya Vassilyeva appartiene a questa seconda categoria: da oltre quindici anni viaggia attraverso alcuni dei luoghi più remoti e affascinanti del pianeta, raccontandoli attraverso fotografie che non si limitano a documentare la realtà, ma cercano di restituirne l’anima.
Nata in Kazakistan da una famiglia russa e residente in Italia dal 2006, dopo una laurea in Giurisprudenza ha scelto di seguire la sua vera vocazione: la fotografia.
Oltre cinquanta Paesi, spedizioni nell’Artico e in Siberia, reportage tra comunità remote, deserti, paesaggi estremi e fenomeni naturali hanno costruito negli anni il suo sguardo, pubblicato da riviste italiane e internazionali. Fotografa, documentarista e videomaker, Yuliya Vassilyeva ha realizzato circa 35 film per programmi televisivi dedicati al viaggio e all’esplorazione e ha collaborato con realtà come Survival International, mettendo le proprie immagini anche al servizio della tutela dei popoli indigeni.
Il suo lavoro nasce dall’incontro tra esplorazione, fotografia e narrazione, ma soprattutto dalla curiosità verso ciò che esiste oltre i confini del nostro quotidiano. Ed è proprio da questo sguardo, da questa capacità di trasformare luoghi, persone e paesaggi in immagini che hanno la forza e la delicatezza della poesia, prende avvio questa conversazione.
Il tuo percorso parte da una formazione giuridica, che cosa ti ha spinto a cambiare direzione e a seguire il richiamo della fotografia?
La fotografia è arrivata nella mia vita come una necessità, non come una scelta calcolata. Avevo studiato giurisprudenza, avevo intrapreso un percorso professionale completamente diverso e, per molti anni, ho pensato che quella sarebbe stata la mia strada. Poi ho cominciato a fotografare e mi sono accorta che attraverso la macchina fotografica riuscivo a raccontare il mondo in un modo che mi apparteneva molto di più.
La fotografia mi permetteva di osservare, conoscere persone, entrare in luoghi che non avrei mai incontrato altrimenti. Mi dava la possibilità di raccontare storie senza necessariamente spiegarle con le parole. A un certo punto ho capito che non volevo più dividere la mia vita tra quello che “dovevo” fare e quello che sentivo di voler fare. Ho scelto la fotografia.
C’è stato un momento preciso in cui hai capito che non potevi più tornare indietro?
Non credo ci sia stato un singolo giorno, ma piuttosto una serie di momenti. Ogni viaggio, ogni reportage, ogni volta che tornavo a casa con la sensazione di aver visto qualcosa che avevo bisogno di raccontare mi allontanava sempre di più dalla vita precedente.
Credo che il vero punto di non ritorno sia stato quando ho capito che viaggiare e fotografare non erano più due attività che facevo nel tempo libero: erano diventati il mio modo di vivere e di guardare il mondo.
Da allora ho continuato a cercare luoghi e storie sempre più lontani, non per collezionare Paesi, ma per cercare qualcosa che ancora non conoscevo.

I tuoi viaggi ti portano spesso in territori estremi, dove la natura domina ogni cosa. In che modo questi luoghi modificano la percezione del vivere?
Nei luoghi estremi le cose essenziali tornano ad avere il loro vero peso. L’acqua, il fuoco, il vento, il freddo, il cibo, la luce diventano improvvisamente importanti.
Quando sei nel deserto o a quaranta gradi sotto zero non puoi più vivere secondo i ritmi della nostra quotidianità. Devi ascoltare la natura e adattarti a lei. Non puoi negoziare con una tempesta di sabbia, con il ghiaccio o con il freddo.
E questa esperienza, quando torni, rimane dentro. Ti accorgi di quanto siamo abituati ad avere tutto immediatamente e di quanto poco ci serva, in realtà, per sentirci vivi.
Nei luoghi remoti che racconti emerge spesso un rapporto profondo tra uomo e natura. Pensi che il mondo moderno stia perdendo questa dimensione?
Sì, e forse è proprio questo uno dei motivi per cui cerco questi luoghi. In molte comunità che ho incontrato la natura non è qualcosa che si visita: è parte della vita quotidiana.
Penso ai nomadi, ai pastori, alle popolazioni che vivono ancora seguendo i ritmi delle stagioni, degli animali e dell’acqua. Noi invece abbiamo costruito un mondo nel quale possiamo facilmente dimenticare da dove arrivano le cose che utilizziamo ogni giorno.
Viaggiando in luoghi remoti mi è capitato spesso di pensare che forse siamo diventati molto moderni, ma non necessariamente più consapevoli. E forse abbiamo ancora molto da imparare da chi vive con molto meno, ma mantiene un rapporto molto più diretto con ciò che lo circonda.
In un’epoca globalizzata, quanto è fragile l’equilibrio culturale di queste comunità?
È estremamente fragile. La globalizzazione porta possibilità, comunicazione e accesso a nuove opportunità, ma può anche cancellare molto rapidamente differenze che si sono costruite in secoli.
Lo vedo soprattutto nelle comunità più isolate. Lingue, abitudini, abiti, rituali e modi di vivere possono scomparire nel giro di una generazione.
Per questo credo che il reportage abbia anche una responsabilità: non soltanto mostrare qualcosa di esotico o lontano, ma lasciare una testimonianza. Fotografare significa anche dire: “Questa realtà esiste, queste persone hanno una storia, questo modo di vivere ha un valore”.
Naturalmente bisogna farlo con rispetto, senza trasformare le persone in semplici soggetti fotografici.
Dormire a quaranta gradi sotto zero o attraversare deserti richiede una grande capacità di adattamento. Qual è stata la prova più dura che hai dovuto affrontare?
Paradossalmente, spesso le prove più dure non sono quelle legate alla temperatura o alla fatica fisica. Il corpo si adatta molto più di quanto immaginiamo.
La parte più difficile è affrontare l’imprevisto quando sei molto lontano da casa e devi continuare a funzionare, prendere decisioni e mantenere lucidità. Nei luoghi estremi non puoi permetterti di farti prendere dal panico.
Ci sono stati momenti di freddo estremo, di caldo, di stanchezza, di isolamento e situazioni logisticamente complicate. Ma ogni volta ho imparato la stessa cosa: devi rispettare l’ambiente, non sfidarlo. La natura non va combattuta. Va capita.
Nei tuoi racconti affermi che la fotografia nasce nel silenzio e nell’attesa. Che tipo di ascolto richiede davvero questo lavoro?
Richiede un ascolto molto più ampio di quello che normalmente intendiamo con questa parola.
Devi ascoltare le persone, ma anche il paesaggio, la luce, i rumori, i silenzi e soprattutto quello che sta per accadere. Spesso una fotografia importante non nasce nel momento in cui premi il pulsante, ma nei minuti o nelle ore di attesa precedenti.
La fotografia mi ha insegnato a rallentare. A osservare prima di fotografare. A non cercare necessariamente l’immagine spettacolare, ma quella che contiene qualcosa di vero.
E questo vale soprattutto nel reportage: prima di fotografare una persona bisogna imparare a guardarla.
Quando capisci che uno scatto ha davvero catturato l’essenza di un momento?
A volte lo capisci immediatamente. Altre volte soltanto molti mesi dopo.
Una fotografia per me funziona quando riesce a raccontare qualcosa che va oltre quello che si vede. Non deve necessariamente essere perfetta tecnicamente. Deve avere un’emozione, una tensione, una storia.
Mi interessa soprattutto quando una fotografia continua a parlarmi anche dopo molto tempo. Quando la riguardo e riesco ancora a sentire il vento, il silenzio, una voce, un odore o l’atmosfera di quel momento.
In quel caso so di aver catturato qualcosa che va oltre l’immagine.
Dopo aver attraversato oltre cinquanta Paesi, in che modo il viaggio ha trasformato il tuo modo di vedere il mondo?
Mi ha insegnato soprattutto a non dare nulla per scontato e a non giudicare troppo velocemente.
Quando viaggi davvero, soprattutto lontano dai percorsi turistici, scopri che le persone possono avere modi di vivere completamente diversi dai nostri e, allo stesso tempo, desideri e paure molto simili.
Il viaggio mi ha anche fatto capire che il mondo è molto più complesso delle immagini che ne riceviamo. E che spesso ciò che pensiamo di conoscere è soltanto una piccolissima parte della realtà.
Oggi viaggio con molta più curiosità di quando ho cominciato. Non cerco più soltanto luoghi straordinari. Cerco storie, incontri e momenti che mi costringano a cambiare il mio punto di vista.
C’è un luogo del mondo che senti di non aver ancora raccontato e che rappresenta il tuo prossimo orizzonte?
Ce ne sono moltissimi. Credo che il bello sia proprio questo: quando pensi di aver visto tanto, ti rendi conto che il mondo continua ad essere enorme.
Mi attirano ancora i territori dove la natura ha mantenuto una forza dominante e dove le comunità hanno conservato un rapporto autentico con il proprio ambiente. Mi interessano soprattutto i luoghi in cui il viaggio non è semplicemente uno spostamento geografico, ma diventa un’esperienza di trasformazione.
Non so se esista un “ultimo” orizzonte. Spero sinceramente di no.
Finché continuerò a sentire quella curiosità che mi fa preparare lo zaino, prendere una macchina fotografica e partire verso un luogo che ancora non conosco, significa che la storia non è finita.
intervista di Mario Masi

