Silvia Nasti è una divulgatrice musicale con una formazione maturata sul campo, a metà tra esperienza diretta dell’industria musicale, attività editoriale e comunicazione sui social.
Il suo sguardo privilegia le scene alternative e gli artisti meno facilmente riconducibili al mainstream, ma senza rinunciare al confronto con la grande musica italiana. La collaborazione pluriennale con Morgan rappresenta uno dei passaggi più importanti della sua formazione, mentre MusicAmuorz costituisce il suo spazio personale di divulgazione.
Abbiamo parlato di musica a 360 gradi, perchè per lei, raccontare la musica significa prima di tutto continuare ad ascoltare, imparare e lasciarsi sorprendere.
Immagini di poter invitare a cena tre musicisti di qualsiasi epoca. Chi sceglierebbe e perché?
Questa è stata probabilmente la domanda più difficile, tanto che ho cambiato risposta almeno cento volte prima di mandarla. Ogni volta che sceglievo tre nomi, me ne venivano immediatamente in mente altri cinque e avevo la sensazione di fare un torto a qualcuno.
Ho pensato a Mozart, Thom Yorke, Lucio Dalla, Battiato, Luigi Tenco, Kurt Cobain, Lou Reed, Leonard Cohen, Patti Smith, Nick Cave, John Lennon e a tantissimi altri. E naturalmente ho pensato a Nina Simone, Giorgio Gaber e Fabrizio De André, tre figure alle quali mi sento particolarmente vicina anche per un’altra ragione: mi hanno sempre affascinata gli artisti per i quali la musica non è soltanto espressione estetica, ma anche uno strumento per interrogare la società, il potere, le disuguaglianze, la libertà e il proprio tempo. Artisti che non hanno avuto paura di prendere posizione e per i quali, in modi diversissimi, fare musica significava anche avere uno sguardo politico sul mondo.
A un certo punto, però, ho capito che stavo commettendo un errore: cercavo di scegliere i tre musicisti più grandi o più importanti per me, mentre la domanda non chiede questo. Chiede chi vorrei invitare a cena. E allora ho smesso di pensarci troppo e ho scelto tre persone che, oggi, vorrei realmente vedere sedute allo stesso tavolo, senza che questo rappresenti in alcun modo una classifica e senza togliere nulla a tutti quelli che ho lasciato fuori.
Johann Sebastian Bach, Jim Morrison e David Bowie.
Bach perché rappresenta per me quasi il mistero della musica nella sua forma più pura. E qui c’entra anche una parte della mia storia personale: è stato Morgan a parlarmi tantissimo di Bach, ad alimentare ulteriormente la mia curiosità verso la sua musica e verso quella mente. Davanti a certe sue composizioni continuo a domandarmi come possa un essere umano concepire architetture di una complessità simile e, contemporaneamente, farle sembrare così naturali, quasi inevitabili. Vorrei capire che rapporto avesse con il proprio talento, quanto fosse consapevole della grandezza di ciò che stava creando e soprattutto vorrei vedere la reazione di un uomo nato nel Seicento davanti a tutto ciò che la musica sarebbe diventata nei tre secoli successivi.
Jim Morrison perché con lui credo che smetterei molto presto di parlare soltanto di musica. Mi ha sempre affascinato l’uomo dietro il mito: il lettore, il poeta, il rapporto con la letteratura e il teatro, la fascinazione per la morte, il limite, la libertà, l’autodistruzione. Gli chiederei quanto ci fosse di autentico nel personaggio di Jim Morrison e quanto, a un certo punto, fosse diventato prigioniero del mito che lui stesso aveva contribuito a costruire. Forse è proprio questa sua irrisolvibilità ad avermi sempre affascinata.
E infine David Bowie, che per me rappresenta qualcosa di ancora diverso: la possibilità della trasformazione. Bowie ha attraversato generi, epoche, estetiche e identità giocando continuamente con il confine tra maschile e femminile, persona e personaggio, autenticità e rappresentazione. A lui chiederei se tutte quelle metamorfosi fossero soltanto ricerca artistica o anche un modo per continuare a cercare se stesso. E forse gli farei una domanda molto semplice: dopo essere stato così tante persone, hai mai avuto la sensazione di averne trovata una che potessi chiamare definitivamente “io”?
Ma la vera ragione per cui, alla fine, ho scelto proprio loro è che sono tre mondi lontanissimi e vorrei vedere cosa accadrebbe facendoli incontrare.
Bach è l’ordine, la struttura, una disciplina musicale quasi assoluta. Morrison è la trasgressione, l’eccesso, la ricerca continua del limite. Bowie è la metamorfosi, il rifiuto di lasciarsi imprigionare in una definizione. L’ordine, la trasgressione e la trasformazione.
Probabilmente arriverei a quella cena dopo essermi preparata cento domande. Poi, una volta trovati tutti e tre davanti a me, credo che farei la cosa più intelligente possibile: starei zitta e li ascolterei.
Se potesse far ascoltare una sola composizione a un alieno per spiegargli cos’è l’umanità, quale sceglierebbe?
“A Day in the Life” dei Beatles.
Se devo scegliere una sola composizione per spiegare l’umanità a qualcuno che non ci conosce, allora voglio partire da una delle cose più belle che siamo stati capaci di creare. E per me è difficile raccontare la musica del Novecento senza passare dai Beatles.
Sceglierei A Day in the Life perché, paradossalmente, non cerca di spiegare l’umanità. Racconta una giornata. E proprio per questo finisce per raccontarci benissimo.
Dentro ci sono la morte, le notizie, la guerra trasformata in qualcosa che osserviamo da lontano, ma anche una persona che si sveglia, si prepara, prende l’autobus e attraversa la propria normalissima esistenza. Il dramma e la quotidianità convivono senza mai fermarsi l’uno per aspettare l’altra.
È terribilmente simile al mondo in cui viviamo oggi: possiamo guardare sul telefono le immagini di una città distrutta e pochi secondi dopo rispondere a un messaggio, scegliere cosa mangiare o ascoltare una canzone. Non so se questo faccia di noi dei mostri o semplicemente degli esseri umani.
E poi gli direi: ascolta quello che succede alla musica. Ascolta come quattro esseri umani, con strumenti, voci e immaginazione, sono riusciti a trasformare tutto questo caos in bellezza.
Forse è proprio questa la cosa che vorrei spiegargli di noi: siamo capaci di creare un caos spaventoso, ma qualche volta siamo capaci anche di trasformarlo in arte.
Quale falso mito sulla musica le piacerebbe sfatare una volta per tutte?
Mi piacerebbe sfatare una volta per tutte l’idea che “la musica di una volta fosse migliore”. E lo dico da persona che potrebbe passare ore a parlare dei Beatles.
Credo che abbiamo un enorme problema di prospettiva: del passato ci è arrivata una selezione. Ricordiamo Beatles, Bowie, Pink Floyd, De André, ma ci dimentichiamo delle migliaia di dischi irrilevanti che uscivano negli stessi anni. Del presente, invece, ascoltiamo tutto: il grande disco e la canzone costruita per durare quindici secondi sui social.
In pratica confrontiamo la memoria selezionata del passato con il presente ancora senza filtro, e naturalmente il passato vince.
La storia della musica, però, ci insegna anche che quasi ogni generazione ha guardato con sospetto quella successiva. Quello che oggi consideriamo patrimonio culturale, molto spesso ieri era accusato di essere rumore, decadenza o musica per ragazzini.
Perciò cerco di non chiedermi se la musica di oggi sia peggiore. Preferisco chiedermi: dov’è la musica interessante di oggi che tra vent’anni rimpiangeremo dicendo che “una volta sì che si faceva buona musica”?
La cosa più strana che ha scoperto facendo divulgazione musicale?
La cosa più strana? Scoprire quanto sia difficile attirare l’attenzione sulla musica persino tra chi dice di amarla profondamente.
Me ne sono accorta facendo divulgazione sui social. Posso impiegare ore per realizzare un contenuto su un disco o su un artista, tra ricerca, ascolto, scrittura e montaggio, e ricevere una certa risposta. Poi pubblico una mia fotografia, che magari mi ha richiesto trenta secondi, e improvvisamente arrivano molte più interazioni.
Non lo dico con risentimento, anche perché sarebbe ipocrita: conosco perfettamente il mezzo che utilizzo e anch’io faccio parte di questi meccanismi. Però all’inizio mi ha stupita. Soprattutto perché molte delle stesse persone che reagiscono molto più facilmente a un’immagine si definiscono grandi appassionate di musica.
E allora ho iniziato a pensare che forse qualche volta siamo più innamorati dell’idea di essere appassionati di musica che dell’atto stesso di ascoltarla. La musica diventa anche identità: “io sono rock”, “io ascolto solo cantautori”, “questa non è vera musica”, “la musica è morta negli anni Novanta”. Ci raccontiamo attraverso ciò che ascoltiamo e qualche volta utilizziamo i nostri gusti persino per stabilire gerarchie culturali.
Nel frattempo abbiamo a disposizione praticamente tutta la storia della musica in una tasca, ma facciamo sempre più fatica a concedere a una canzone quattro minuti della nostra attenzione.
Questa è forse la cosa più strana che ho scoperto: non è difficile trovare persone che amino la musica. È molto più difficile trovare persone disposte ad ascoltarla davvero.
Qual è il più grande errore che può fare chi racconta la musica?
Il più grande errore, secondo me, è usare la propria conoscenza musicale per mettersi su un piedistallo.
Raccontare musica può facilmente diventare un modo per dimostrare quanto si è colti, quanti dischi si conoscono, quanti artisti sconosciuti si ascoltano e quindi, implicitamente, per sentirsi un po’ più importanti degli altri. È una cosa dalla quale cerco continuamente di tenermi lontana.
E naturalmente non credo sia un rischio esclusivo di chi racconta musica. Riguarda, più in generale, chiunque trasformi una propria conoscenza in divulgazione: che si parli di letteratura, cinema, arte, storia, filosofia, scienza o di qualsiasi altro campo del sapere. Nel momento in cui qualcuno comincia ad ascoltarci perché riconosce in noi una competenza, può nascere la tentazione di confondere quella competenza con una forma di superiorità.
Ma conoscere molto una cosa non ci rende migliori di chi ne sa meno: significa semplicemente che abbiamo avuto la curiosità, il tempo o l’occasione di approfondirla. Il compito di chi divulga dovrebbe essere proprio quello di rendere accessibile ciò che conosce, non utilizzare ciò che conosce per creare distanza dagli altri.
Io faccio divulgazione musicale, ho sicuramente una mia cultura musicale e soprattutto una passione enorme, ma sono la prima a sapere di conoscere una parte infinitesimale di tutto quello che esiste. Anzi, più vado avanti e più mi rendo conto di quanto poco sappia. Mi capita continuamente, confrontandomi con le persone che mi seguono o semplicemente parlando con qualcuno che ha ascolti diversi dai miei, di scoprire artisti, dischi, scene musicali e interi mondi dei quali sapevo pochissimo o addirittura nulla.
E questa per me non è una debolezza. È forse una delle parti più belle di quello che faccio. La cultura musicale non dovrebbe servire a stabilire chi sta sopra e chi sta sotto, ma a continuare ad aprire porte.
Poi credo esista un altro pericolo, forse ancora più subdolo, che arriva quando quello che fai comincia ad avere un seguito. A un certo punto le persone ti riconoscono, ti scrivono, chiedono la tua opinione, magari attribuiscono alle tue parole un’importanza che prima non avevano. E se non stai attento, finisci per crederci anche tu.
Credo sia facilissimo cominciare a identificarsi con il personaggio che gli altri vedono in noi. A forza di essere idealizzati, rischiamo in qualche modo di idealizzare noi stessi, di sentirci più autorevoli, più interessanti, persino più importanti di quanto siamo realmente. E i social amplificano enormemente questa illusione: dei numeri su uno schermo possono convincerti che quei numeri stabiliscano anche il tuo valore come persona.
Io invece penso che sia fondamentale provare a rimanere umani. Ricordarsi che dall’altra parte non ci sono semplicemente dei “follower”, ma persone dalle quali possiamo imparare esattamente quanto loro possono imparare da noi. E soprattutto ricordarsi che essere seguiti da tante persone non ci rende automaticamente più competenti, più intelligenti o più interessanti di chi ci segue.
Per questo diffido un po’ di chi parla di musica, o di qualsiasi altra cosa, come se avesse raggiunto un punto d’arrivo, come se possedesse una sorta di verità definitiva. Più conosco musica, più scopro quanto sia sterminato ciò che non conosco.
Quindi forse il più grande errore è proprio questo: iniziare raccontando la musica e finire, senza accorgersene, per raccontare soprattutto quanto siamo bravi noi a conoscerla. Io preferisco continuare a sentirmi una persona che scopre.
La domanda che nessuno le ha mai fatto e alla quale avrebbe sempre voluto rispondere?
“Qual è la parte di te che gli altri non vedono?”
Credo esista una distanza enorme tra l’immagine che restituisco, soprattutto attraverso i social, e quello che succede realmente dentro di me.
Chi mi conosce soltanto attraverso uno schermo probabilmente vede una donna molto sicura, sorridente, ironica, a volte persino comica. E quella persona esiste davvero, non è una maschera. Nel quotidiano rido molto, scherzo, mi piace far ridere gli altri. Ma la sicurezza è un’altra cosa. Chi mi conosce nella vita reale sa che sono una persona profondamente insicura, che si mette continuamente in discussione e che spesso ha bisogno di essere rassicurata. Quindi ciò che mostro sui social non è falso. Anche quella sono io. Semplicemente, è una parte di me, non la mia interezza.
Contemporaneamente esiste in me una parte molto più oscura e tormentata che probabilmente si vede pochissimo.
Sono una persona attraversata continuamente da domande esistenziali. Penso tantissimo alla vita, alla morte, al tempo, alla perdita, alle persone che amo, a quello che potrebbe accadere a loro e a me. Ho molte paure e una tendenza quasi naturale a immaginare anche gli scenari più tragici. A volte il pensiero diventa talmente invadente da rendermi difficile semplicemente stare nel presente.
Eppure credo che proprio questa parte di me abbia prodotto anche qualcosa di buono. Mi ha resa estremamente sensibile alle fragilità degli altri. Ho bisogno di ascoltare le persone, di provare a capire cosa ci sia dietro quello che mostrano, forse proprio perché so benissimo quanto possa essere diversa la superficie da ciò che accade dentro.
Non credo sia casuale che abbia scelto di fare l’insegnante di sostegno. In realtà, da ragazza avrei voluto diventare psicoterapeuta. Poi la vita ha preso altre strade e soprattutto io, per molti anni, non ho avuto alcuna voglia di studiare. È una responsabilità che riconosco senza cercare alibi. Molto di quello che ho costruito culturalmente è arrivato dopo, attraverso un lavoro su me stessa cominciato molto più tardi.
C’è poi un’altra parte della mia storia che difficilmente si potrebbe immaginare guardandomi oggi. Da molto giovane ho attraversato un periodo in cui pensavo che avrei voluto essere un uomo. Per un certo tempo ho persino immaginato concretamente quella possibilità.
Oggi non sento più quel desiderio, ma non rinnego affatto quella parte di me e non considero quella ragazza una versione sbagliata di ciò che sono diventata. Crescendo ho capito che dentro di me convivono una componente profondamente femminile e un’altra che io percepisco come molto maschile. Non sento più il bisogno di scegliere tra le due o di stabilire quale sia quella autentica. Sono entrambe mie.
Forse anche questa compresenza mi ha aiutata ad avere un rapporto particolare con l’universo maschile. Ho molti amici uomini e sono spesso rapporti profondi, nei quali si parla di paure, fragilità, sentimenti, fallimenti. Non ho mai percepito gli uomini come un universo completamente opposto al mio e forse una parte di me riesce a comprenderne alcune contraddizioni proprio perché, in qualche modo, le riconosce anche dentro di sé.
E se devo trovare una canzone che faccia da filo a tutto questo, ce n’è una che mi accompagna dall’adolescenza: “It Takes a Fool to Remain Sane” dei The Ark.
Oggi potrei riascoltarla e pensare che, musicalmente, sia quasi una canzoncina rispetto a tante opere che ho conosciuto dopo. Eppure quella canzone, quando ero adolescente, mi aprì un mondo.
Parlava di qualcosa che sentivo profondamente senza essere ancora capace di esprimerlo: il diritto di non essere necessariamente ciò che gli altri considerano normale. Il diritto di essere contraddittori, di cambiare, di trasformarsi, di non aderire all’identità che gli altri hanno immaginato per noi. Persino il diritto di essere considerati un po’ folli senza che quella follia significhi necessariamente essere sbagliati.
A quell’età questa cosa mi colpì profondamente perché io stessa stavo cercando disperatamente di capire chi fossi. E forse quella canzone mi stava dicendo una cosa semplicissima che avrei impiegato molti anni a comprendere davvero: non tutte le nostre contraddizioni devono essere risolte. Alcune possiamo semplicemente imparare ad abitarle.
Ed è curioso che, dopo tanti anni passati a raccontare musica, una delle canzoni che considero più importanti nella mia vita non sia necessariamente quella che oggi indicherei come un capolavoro assoluto.
Ma forse è proprio questo uno dei grandi poteri della musica: non conta soltanto quanto sia grande una canzone. Conta il momento della vita in cui quella canzone riesce a trovarti.
It Takes a Fool to Remain Sane trovò me nel momento giusto.
Credo che alla fine sia proprio questo che gli altri vedono meno di me: sono molto meno risolta di quanto possa sembrare, soprattutto attraverso i social.
Ho costruito negli anni una persona capace di ridere, lavorare, raccontare musica, prendersi cura degli altri e affrontare molte cose nonostante le proprie paure. Ma quella persona convive ancora con una parte che si interroga continuamente, che dubita di sé, che ha paura, che cambia e che qualche volta non sa neppure bene chi sia.
E forse il filo che unisce la ragazza che ascoltava ossessivamente It Takes a Fool to Remain Sane alla donna che sono oggi è proprio questo: continuo a non sapere completamente chi sono, ma ho molta meno paura di non saperlo.
Perché alla fine ho imparato soprattutto una cosa: una persona non coincide quasi mai con ciò che riesce a mostrare
di Mario Masi
SILVIA NASTI
MUSICA
MASI

