Se la Itaca del grande poeta greco Kostantin Kavafis è una meta che mette in risalto l’enorme rilevanza del percorso fatto per raggiungerla (“Se, infine, troverai che Itaca è povera,/non pensare che ti abbia ingannato./Perché sei divenuto saggio, hai vissuto una vita intensa,/e questo è il significato di Itaca), il Diario di Madeleine di Lucia Termotto (Roberto Barbato Editore oppure https://amzn.eu/d/00lQ5h6Z) è un excursus di vita che conduce non alla salvezza bensì a quella terra inespugnata che è la consapevolezza del sé.
Un’opera trasversale a molti generi, tra il diario, l’autobiografia, il romanzo di formazione e il memoir, con alcune parti di epistolario, la storia di Termotto tratta in modo frontale del tema della sclerosi multipla con il preciso intento di fornire al lettore – e a tutti coloro che si ritrovano in situazioni simili a quella dell’autrice – non solo una chiave di lettura della propria condizione esistenziale ma addirittura una specifica ermeneutica che esalta le evoluzioni etiche dell’essere umano costretto a convivere con una malattia degenerativa.
Ed è proprio la malattia che appare come l’ospite indesiderato che irrompe in una vita normale e, alterandone condizioni e occorrenze, costringe allo scavo interiore, alla rimozione di tutto ciò che non è essenziale e alla ricerca di ciò che non si può vedere con gli occhi.
Quando si è molto giovani, forte è la convinzione di poter dominare il proprio futuro con speranza e spensieratezza. Non sempre, però, sarà possibile farlo. Oppure sì?
Lucia era una bambina molto riflessiva sin da piccola, proveniva da una bella famiglia di umili origini con tre sorelle, due fratelli e un forte legame con le due figure genitoriali, soprattutto quella paterna. I suoi studi, a tredici anni, proseguirono nel collegio di una cittadina vicina al suo paese natale e già dalle esperienze del liceo fu chiaro come Lucia avesse una sensibilità spiccata e una grande attenzione per gli altri.
Come scriveva Simon Weil, “Nella nostra anima c’è qualcosa a cui ripugna la vera attenzione molto più
violentemente di quanto alla carne ripugni la fatica. Questo qualcosa è molto più vicino al male di quanto lo sia la carne. Ecco perché ogni volta che si presta veramente attenzione si distrugge un po’ di male in sé stessi. Un quarto d’ora di attenzione così orientata ha lo stesso valore di opere buone”. Così, l’autrice, con una consapevolezza sempre maggiore, prima imparerà a prestare attenzione anche alle parti più complesse e controverse di sé stessa e, poi, riuscirà a comprendere l’enorme rilevanza di saper rivolgere questa stessa attenzione agli altri. Anche con la scrittura.
Un’aneddotica densa e intimista pervade queste pagine di vita vissuta, fatti reali che attingono esclusivamente all’esperienza e ne fanno tesoro, con picchi di franca tenerezza che ne impreziosiscono tutto il dettato. Ma non solo: l’autrice tratta i suoi temi con una particolare lievità che rende scorrevole ogni argomento, perfino quelli più scivolosi come le violenze sessuali domestiche rivolte ai minori da familiari non congiunti o falsi amici. Un tema attualissimo che trova spazio in molte opere contemporanee per via della necessità urgente di sensibilizzare sull’argomento tutti coloro che possono intervenire e, per i motivi più svariati, non lo fanno o non sanno come fare.
Lucia, con una grazia innata, racconta nel suo libro di tutti gli aspetti più rilevanti della sua vita: esperienze di studio, viaggi, amicizie, amori, gelosie, allontanamenti, incomprensioni, grandi fortune e grandi delusioni, come per esempio la fortissima amicizia con Marcel, durata ben ventidue anni (ennesimo riferimento proustiano dell’opera).
Lucia ha sempre avuto un carattere forte, estroverso e con una forte indole artistica, infatti amava cantare e danzare, invidiata da molte persone per il suo fascino e la sua capacità comunicativa.
La malattia irrompe nel bel mezzo di una vita piena di progetti, di viaggi e di studi: “Un giorno, di ritorno a casa, dopo una giornata piena di impegni ed imprevisti, mi trovai nel bel mezzo di un traffico impazzito: c’era stato un incidente e tutti dovevamo metterci da una parte per lasciar passare l’ambulanza. Eravamo in salita, dovevo accelerare ma la mia gamba destra non rispondeva al mio comando: caddi nel panico e non ricordo come riuscii ad arrivare a casa alzando la gamba con le mani e contemporaneamente tenendo il volante”. Lentamente ma inesorabilmente tante piccole e grandi cose cominciarono a cambiare nella quotidianità di Lucia ma la sua convinzione che la vita, in fondo, con lei era generosa non si spense mai.
Cosa può significare per un individuo autonomo e amante della libertà sentirsi all’improvviso “bloccata come una ‘bella statuina’ incapace di muovermi per paura di perdere l’equilibrio”?
Fu proprio Marcel, anche per via della sua formazione medica, ad accompagnare e consigliare Lucia in tutto l’iter di esami ed accertamenti che la condusse ad una diagnosi inimmaginabile e di cui, ai tempi, nulla sapeva: la sclerosi multipla.
A ridosso di questa notizia complessa e difficile da metabolizzare, iniziò per Lucia un lungo percorso di avvicinamento a Dio che la condusse a iscriversi al corso di laurea in teologia, dopo essersi già laureata in filosofia. Per pagarsi una seconda università e non pesare sulla madre, Lucia iniziò a lavorare all’amministrazione degli appartamenti in affitto di un anziano Principe, persona imperscrutabile e coltissima. Ebbe inizio così, per l’autrice, un periodo di studio e lavoro congiunti che, lungi dallo scoraggiarla nonostante i malanni fisici, le dettero nuova carica spirituale.
Chi era, dunque, quel dio di cui molti parlano ma che nessuno conosce? “Non sentivo parlare di Dio quasi mai, o se qualcuno lo faceva, era solo per negarLo. Nessuno era disposto ad accettare una religione che negasse i piaceri della vita e molti Lo negavano perché se fosse realmente esistito non avrebbe permesso tutti i mali di cui il mondo era afflitto”.
Ogni incontro con le persone, per Lucia, era occasione di approfondimento non solo della realtà che riguarda gli altri ma anche della propria e di quell’Altro da sé di cui ormai era alla ricerca continua. Il Numinoso, come lo definiva (anche se non per primo) Rudolf Otto, inaccessibile alla mera comprensione concettuale, è qualcosa che non si può insegnare bensì solo “suscitare” attraverso lo Spirito. D’altronde, ormai, il confronto con questo Dio misterioso e tremendo era inevitabile.
Parallelamente o addirittura attraverso il mondo di cose materiali, Lucia iniziò a scoprire tutto un infinito universo interiore di sentimenti ed esperienze immateriali ma non meno reali e importanti di quelle concrete e misurabili. La sua vita, invece di invilupparsi nell’autocommiserazione, stava spiccando il volo: “Una forza direi che non ci fa arrendere al non senso ultimo della nostra esistenza”.
Lucia impara a riconoscere la preziosità anche simbolica di ogni singola relazione nella propria vita: non tutte le esperienze sono positive e non tutti i rapporti evolvono bene e in modo duraturo ma ciascuno di essi ha il suo senso e il suo posto nell’intricata e non sempre intellegibile economia esistenziale.
La conoscenza di un professore del corso di laurea in teologia, per esempio, mise l’autrice a dura prova: nonostante il suo bisogno di comunicare e condividere con lui, l’insegnante rimase sempre chiuso in un “accanito” silenzio. Come tutte le volte che si prova a parlare con Dio e Dio non risponde: cosa cerchiamo veramente in un dialogo impossibile, l’altro o noi stessi?
Intanto, sempre più numerose abitudini di vita di Lucia stavano cambiando, e lei insieme ad esse. E come sempre accade nei momenti nevralgici della vita, molte persone si allontanarono da lei, incapaci di gestire le nuove difficoltà e l’impatto emotivo ad esse collegato. Perfino Marcel si congedò dalla sua vita, causandole una profonda ferita, ancora non del tutto rimarginata. Nella difficoltà rimane, tuttavia, solo chi ne ha il coraggio.
“Fu quasi inevitabile scontrarmi-incontrarmi con Dio e stavolta non più attraverso i libri ma come se fosse (quando in realtà Lo è) una Persona con la quale dialogare e volere in qualche modo conto e ragione della pesantezza che la vita mi aveva inflitto”, spiega l’autrice con grande malinconia. Una malinconia, però, che non le tolse il desiderio di conoscere e comprendere gli altri, perfino quando gli altri non hanno la stessa sua capacità empatica: “Mi sentivo una “Maddalena in cerca di redenzione”.
Perfino la lingua si modificò alle nuove istanze della vita: non era più utile ragionare ed esprimersi attraverso il linguaggio religioso istituzionale per confrontarsi con Dio ma occorreva un modo di esprimersi proprio, personale, attraverso il quale attingere con umiltà e sincerità alla propria verità, unico strumento per poter relazionarsi a un “Padre invisibile”.
Spiega Lucia con grande lucidità: “se Qualcuno ci offre una possibilità di vita in proiezione di un salto mortale che tutti dovremo necessariamente fare, allora dobbiamo avere il coraggio di farlo; pur nell’ottica di una fede che cammina di pari passo con le esperienze umane, sì, ma piuttosto che puntare sulla visibilità e sul rapporto causa-effetto, si rivolge al cuore dell’uomo e a tutta quella sfera di situazioni e di sentimenti che spesso sono la propria ragione di vita. Sto parlando di Amore, Giustizia e Verità, ma anche di Guerra, Malattia e Paura, che visitano la nostra vita per migliorare e farci crescere e più che alla fredda ragione si rivolgono alla fiducia che l’uomo è capace di sperimentare negli ac-cadimenti della nostra esistenza”.
Il dolore fisico segnava pesantemente la quotidianità di Lucia, costretta a molteplici terapie, finanche chirurgiche, per renderlo accettabile. Quel dolore però, e quella disabilità, non furono mai assolute per l’autrice: con grande compostezza, ci ricorda che “la malattia non è una colpa ma era proprio così che io la stavo vivendo e che il valore di una persona non poteva essere giudicato in base alle sue disabilità fisiche”.
Purtuttavia, ancora molte sorprese stupefacenti -l’amore del Principe e l’affetto fraterno di molti amici destinati a non andarsene (come Lorenzo, con cui si può parlare di tutto) – si sarebbero affacciati alla vita di Lucia, cosicché la malattia non diventasse l’unico pungolo per l’autrice.
Questo è un libro immediato, caratterizzato da una scrittura onesta la cui più evidente intenzione è quella di parlare agli altri, di mostrare come nella malattia si possa essere sani, con un approccio alla vita che, pur con i comprensibilissimi cedimenti, non smette di avere fede nella possibilità di un’esperienza ancora positiva. E come è giusto che sia, ciò che è positivo non si può che condividere con gli altri.
di Gisella Blanco

