In seduta può capitare che un paziente, mentre racconta un ricordo doloroso, abbassi la voce, rallenti il respiro, fissi un punto nello spazio e cominci a rispondere con frasi sempre più brevi. In altri momenti può accadere il contrario, con un respiro accelerato, un tono di voce più alto e una maggiore agitazione. Il terapeuta può osservare questi cambiamenti prima ancora di comprenderne il significato, mentre il paziente spesso non se ne accorge e, se gli viene chiesto come sta, risponde di stare bene.
Questa differenza tra ciò che il corpo manifesta e ciò che la persona riconosce consapevolmente è importante in psicoterapia. Una parte della comunicazione tra il corpo e il cervello avviene attraverso il nervo vago, una struttura fondamentale per la regolazione di diverse funzioni dell’organismo.
Perché dopo un trauma il corpo può non sentirsi più al sicuro?
Dentro di noi esiste un sistema automatico che si occupa di proteggerci. Non dobbiamo decidere consapevolmente di far battere il cuore più velocemente, di tendere i muscoli o di prepararci a scappare: il corpo lo fa da solo quando percepisce un pericolo.
Questo sistema è prezioso. Il problema nasce quando abbiamo vissuto esperienze traumatiche, soprattutto se ripetute, dalle quali non potevamo proteggerci o allontanarci.
Se un bambino cresce in un ambiente in cui viene umiliato, spaventato, rifiutato o costretto a stare continuamente attento alle reazioni dei genitori, può imparare che il mondo non è un posto sicuro. Per lui, abbassare la guardia può significare esporsi a un nuovo pericolo.
Con il tempo, il suo organismo può abituarsi a funzionare come se dovesse essere sempre pronto a difendersi.
È come un allarme che, dopo aver suonato troppe volte, diventa estremamente sensibile: basta poco per farlo ripartire, anche quando non c’è un pericolo reale nel presente.
E il nervo vago che cosa c’entra?
Il nervo vago fa parte del sistema che contribuisce a regolare le funzioni automatiche del corpo. Partecipa, insieme ad altri meccanismi, alla possibilità di rallentare dopo un momento di allarme e di tornare gradualmente a una condizione di calma.
Possiamo immaginare il sistema nervoso come un’automobile dotata di un acceleratore e di un sistema frenante.
- Il sistema simpatico è come l’acceleratore: ci prepara ad affrontare un pericolo, a reagire, a scappare o a difenderci.
- Il sistema parasimpatico, di cui il nervo vago è una componente fondamentale, contribuisce alla frenata: aiuta a ridurre l’attivazione e a recuperare un equilibrio compatibile con il riposo e la digestione.
Naturalmente, questa è una semplificazione: il nervo vago non è un freno che si accende e si spegne, e i due sistemi lavorano insieme.
Dire a una persona traumatizzata di calmarsi è come urlare a un allarme antincendio di smetterla. Prima bisogna aiutare il sistema a distinguere il fuoco dal fumo del passato.
Che cos’è il nervo vago
Nel labirinto intricato del corpo umano, dove sistemi e meccanismi si intersecano in un’armonia sorprendente, emerge una figura chiave che modula la nostra esperienza di benessere: il nervo vago. Conosciuto anche come «il nervo errante» per il suo vasto percorso attraverso il corpo, il nervo vago non è semplicemente un conduttore di impulsi nervosi, ma un vero e proprio direttore d’orchestra che coordina funzioni essenziali per il nostro equilibrio psicofisico.
Il nervo vago, il decimo e più lungo nervo cranico, è un vero e proprio gigante della nostra anatomia, che si estende dalle profondità del cervello fino al cuore e all’addome. La sua complessa architettura e le sue molteplici funzioni lo rendono un protagonista fondamentale per la nostra salute e il nostro benessere.
Partecipa alla regolazione di funzioni importanti, tra cui il ritmo cardiaco, la respirazione, la digestione e alcune attività della laringe e della faringe. È inoltre coinvolto nella trasmissione delle informazioni provenienti dagli organi interni verso il cervello.
Circa l’ottanta per cento delle sue fibre è costituito da fibre afferenti, cioè fibre che portano informazioni dal corpo al cervello. Questo dato aiuta a comprendere quanto sia importante la comunicazione che procede dagli organi interni verso il sistema nervoso centrale.
La percezione delle condizioni interne dell’organismo viene chiamata interocezione. Comprende, per esempio, la capacità di avvertire il battito cardiaco, la tensione muscolare, la fame, il senso di nausea o le variazioni del respiro. Queste sensazioni possono influenzare il nostro stato emotivo anche senza essere immediatamente riconosciute.
La conoscenza del nervo vago si è sviluppata nel corso dei secoli. Già Galeno aveva osservato che intervenire su alcuni suoi rami poteva compromettere la voce. Nell’Ottocento gli studiosi Ernst Heinrich ed Eduard Weber dimostrarono che la stimolazione del nervo poteva rallentare il battito cardiaco.
Nel 1921 il farmacologo Otto Loewi realizzò un esperimento fondamentale, mostrando che la stimolazione del nervo vago di un cuore di rana poteva produrre una sostanza capace di rallentare anche il battito di un secondo cuore. La sostanza fu successivamente identificata come acetilcolina, un messaggero chimico che permette alle cellule nervose di comunicare con altre cellule. Per queste scoperte Loewi ricevette il premio Nobel per la medicina nel 1936, insieme a Henry Dale.
Molti anni dopo, Stephen Porges riprese lo studio del Sistema Nervoso autonomo per elaborare una teoria che collegasse le risposte fisiologiche alle esperienze di sicurezza, minaccia e relazione.
Il rapporto tra pensiero e corpo
La cultura occidentale ha attribuito per lungo tempo un ruolo centrale al pensiero nella conoscenza di sé. La celebre frase di Cartesio, penso dunque sono, esprime bene questa prospettiva, nella quale la mente rappresenta il principale strumento per comprendere la propria esperienza.
Lo psicofisiologo Stephen Porges, ideatore della Teoria Polivagale, ha richiamato l’attenzione sui limiti di un approccio che privilegia i processi mentali e lascia in secondo piano le sensazioni corporee.
In psicoterapia questo significa che non sempre è sufficiente chiedere a una persona che cosa pensa di una situazione o che cosa prova, perché potrebbe non essere pienamente consapevole delle proprie reazioni fisiche. Il corpo può manifestare tensione, allarme o chiusura anche in assenza di una percezione cosciente del pericolo.
Per comprendere questo fenomeno è utile conoscere il funzionamento del nervo vago e il suo ruolo nella comunicazione tra gli organi interni e il cervello.
Il nervo vago e la regolazione del cuore
Una delle funzioni del nervo vago consiste nel rallentare il ritmo cardiaco. A riposo esercita un’azione frenante sul cuore, contribuendo a mantenere una frequenza adeguata alle esigenze dell’organismo.
La sua attività cambia anche in relazione alla respirazione. Durante l’inspirazione la frequenza cardiaca tende ad aumentare, mentre durante l’espirazione tende a diminuire. Questa variazione naturale viene chiamata aritmia sinusale respiratoria.
Un altro parametro utilizzato nella ricerca è la variabilità della frequenza cardiaca, indicata con la sigla HRV. Misura le variazioni degli intervalli di tempo tra un battito e l’altro e fornisce informazioni sul funzionamento del sistema nervoso autonomo, che regola molte funzioni involontarie.
In generale, una maggiore variabilità a riposo può essere associata a una migliore capacità di adattamento fisiologico, mentre valori ridotti possono essere osservati in alcune condizioni di stress psicologico e fisico. Tuttavia, la HRV dipende da numerosi fattori e non può essere considerata una misura diretta e specifica dello stato emotivo o di un singolo circuito nervoso.
Questi meccanismi rappresentano una parte delle basi fisiologiche su cui Porges ha sviluppato la Teoria Polivagale.
La Teoria Polivagale
Presentata da Porges negli anni Novanta, la Teoria Polivagale propone una lettura del Sistema Nervoso Autonomo che collega le risposte corporee ai comportamenti di difesa e alla possibilità di entrare in relazione con gli altri.
Secondo questo modello, le risposte dell’organismo possono essere comprese attraverso tre principali modalità di funzionamento.
La prima riguarda il coinvolgimento sociale, cioè la possibilità di sentirsi sufficientemente al sicuro per comunicare, ascoltare, guardare un’altra persona e partecipare a una relazione. Porges collega questa modalità soprattutto al circuito vagale ventrale, una parte del sistema vagale coinvolta nella regolazione del cuore e nelle funzioni legate alla comunicazione sociale.
La seconda modalità è quella della mobilitazione, sostenuta principalmente dal sistema nervoso simpatico. È la risposta che prepara l’organismo ad affrontare un pericolo attraverso l’attacco o la fuga. Il cuore accelera, i muscoli si preparano all’azione e aumenta lo stato di allerta.
La terza modalità viene associata, nella Teoria Polivagale, al circuito vagale dorsale. In situazioni percepite come estreme, questa risposta può accompagnarsi a un rallentamento delle funzioni corporee, a una marcata riduzione dell’attività e, in alcuni casi, a sensazioni di immobilità, distacco o collasso.
Queste reazioni non sono di per sé patologiche. Rappresentano modalità attraverso cui l’organismo cerca di adattarsi alle condizioni ambientali. Le difficoltà possono emergere quando le risposte di difesa si attivano frequentemente, diventano rigide o persistono anche in situazioni che non presentano un pericolo attuale.
È importante precisare che questa organizzazione in tre circuiti rappresenta il modello proposto da Porges e non una descrizione anatomica e funzionale universalmente accettata dalla comunità scientifica.
Abbiamo passato secoli a chiedere alle persone di controllare le emozioni. Poi abbiamo scoperto che non basta comandare alla mente: bisogna aiutare anche il corpo a uscire dall’allarme.
La neurocezione e il senso di sicurezza
Un concetto centrale della Teoria Polivagale è la neurocezione, termine utilizzato da Porges per descrivere il processo attraverso cui il sistema nervoso valuta implicitamente se una situazione sia sicura, pericolosa o potenzialmente minacciosa.
Questa valutazione non coincide necessariamente con il giudizio consapevole. Una persona può sapere razionalmente di trovarsi in un luogo sicuro e, nello stesso tempo, avvertire tensione, agitazione o il bisogno di allontanarsi. Al contrario, può riconoscere intellettualmente che una relazione è problematica senza riuscire a percepire pienamente il disagio che quella relazione le provoca.
Le esperienze precedenti, soprattutto quelle vissute durante l’infanzia, possono influenzare il modo in cui una persona reagisce alle situazioni presenti. Un tono di voce, un’espressione del volto o un gesto possono essere percepiti come rassicuranti da qualcuno e come minacciosi da qualcun altro.
In psicoterapia diventa quindi importante osservare non soltanto ciò che il paziente racconta, ma anche il modo in cui il suo corpo reagisce mentre parla. Le variazioni della voce, della postura, del respiro e dello sguardo possono offrire informazioni utili per comprendere il suo stato, senza che nessuno di questi segnali debba essere interpretato isolatamente.
Anche le reazioni corporee del terapeuta possono fornire elementi da considerare, purché vengano esplorate con prudenza e non confuse con prove oggettive di ciò che il paziente sta vivendo.
La relazione e la co-regolazione
Porges attribuisce grande importanza al sistema di coinvolgimento sociale, che comprende le funzioni coinvolte nelle espressioni del volto, nell’ascolto, nella vocalizzazione e nella comunicazione attraverso lo sguardo.
Il modo in cui una persona parla, guarda e si muove contribuisce a comunicare il suo stato agli altri. Una voce calma, un’espressione accogliente e un atteggiamento non minaccioso possono facilitare il contatto, mentre un tono brusco o un’espressione rigida possono essere vissuti come segnali di pericolo.
Questo aspetto è particolarmente importante nella relazione terapeutica, nella quale la possibilità di sentirsi accolti e non giudicati può favorire l’esplorazione di esperienze dolorose.
Il concetto di descrive il processo attraverso cui due persone possono influenzarsi reciprocamente sul piano emotivo e fisiologico. In una relazione sufficientemente sicura, la presenza dell’altro può contribuire a ridurre l’attivazione, favorire la calma e rendere più tollerabili emozioni difficili.
La co-regolazione non consiste semplicemente nel rassicurare il paziente con le parole. Comprende anche il ritmo della conversazione, il tono della voce, la capacità di rispettare le pause e la possibilità di adattarsi alle sue reazioni.
Nella relazione terapeutica è inoltre importante riconoscere le situazioni in cui il paziente non si sente compreso o accolto. Le rotture dell’alleanza possono verificarsi anche in percorsi condotti con attenzione e competenza. La possibilità di riconoscerle e ripararle rappresenta una componente importante del lavoro clinico.
Perché allora lavorare sul nervo vago in psicoterapia?
Perché non basta comprendere razionalmente che il pericolo è passato. Una persona può sapere benissimo che il proprio partner non vuole abbandonarla, che il suo terapeuta non la sta giudicando o che una situazione non è pericolosa, e tuttavia continuare a provare paura, tensione e allarme.
Questo accade perché sapere di essere al sicuro non è sempre la stessa cosa che riuscire a sentirsi al sicuro.
Il lavoro terapeutico può aiutare la persona a riconoscere le proprie reazioni, a tollerare gradualmente le emozioni senza esserne sopraffatta e a sperimentare relazioni ed esperienze sufficientemente sicure. La respirazione lenta e confortevole, l’attenzione alle sensazioni corporee e altre strategie di regolazione possono essere utili, quando adatte alla persona.
L’obiettivo non è semplicemente rilassarsi durante una seduta. È acquisire, gradualmente, una maggiore capacità di passare dall’allarme alla calma, senza rimanere intrappolati in una risposta di difesa.
In altre parole, non si tratta di eliminare il sistema di allarme: ci serve per proteggerci. Si tratta di aiutare l’organismo a riconoscere che non tutti i momenti sono pericolosi e che non è necessario difendersi continuamente.
Il tuo corpo non è esagerato: sta usando una strategia di sopravvivenza che un tempo gli è servita. Il problema è che continua a usarla anche quando la guerra è finita.
I limiti scientifici della Teoria Polivagale
La Teoria Polivagale ha avuto una notevole diffusione in psicoterapia, soprattutto negli approcci orientati al trauma e alla regolazione emotiva. Tuttavia, alcuni suoi presupposti neurofisiologici ed evolutivi sono stati contestati da diversi ricercatori, tra cui Paul Grossman.
Una delle principali questioni riguarda l’idea che alcune caratteristiche delle fibre vagali siano esclusive dei mammiferi e giustifichino la particolare organizzazione evolutiva proposta da Porges. Sono state inoltre sollevate obiezioni rispetto alla possibilità di utilizzare la variabilità della frequenza cardiaca come indicatore specifico del circuito vagale ventrale e alla spiegazione delle risposte di immobilizzazione attraverso il solo circuito vagale dorsale.
Anche il rapporto tra specifiche risposte corporee e determinati stati psicologici è più complesso di quanto possa sembrare. La frequenza cardiaca, il respiro e la tensione muscolare dipendono da numerose variabili e non consentono, da soli, di stabilire se una persona si senta al sicuro oppure stia vivendo una condizione di minaccia.
È quindi necessario distinguere l’utilità clinica di alcuni concetti dalla validità scientifica dell’intera teoria. L’attenzione alla regolazione fisiologica, alla relazione e ai segnali corporei può essere utile anche senza considerare dimostrata ogni ipotesi formulata da Porges.
Il nervo vago nella pratica psicoterapeutica
Le riflessioni sul Sistema Nervoso Autonomo possono orientare diversi aspetti del lavoro clinico.
Un primo elemento riguarda l’osservazione dello stato del paziente. Il terapeuta può prestare attenzione alle variazioni del respiro, della voce, dello sguardo e del tono muscolare per comprendere se la persona riesca a rimanere presente e a elaborare ciò che sta emergendo. In questo contesto è utile il concetto di finestra di tolleranza, proposto da Daniel Siegel, che indica l’intervallo di attivazione entro il quale una persona riesce a gestire le proprie emozioni senza essere sopraffatta o perdere il contatto con l’esperienza.
Un secondo elemento riguarda la qualità della relazione. Un atteggiamento rispettoso, una voce adeguata e la capacità di non forzare i tempi del paziente possono favorire un senso di sicurezza. Se una persona appare molto agitata oppure, al contrario, sembra distante e poco presente, può essere opportuno rallentare il lavoro anziché insistere sull’esplorazione di contenuti dolorosi.
Anche il respiro può essere utilizzato come strumento di regolazione. La respirazione lenta e confortevole, spesso intorno a sei atti respiratori al minuto negli esercizi di biofeedback, può influenzare la variabilità cardiaca e favorire una migliore consapevolezza delle sensazioni corporee. Non è però una tecnica adatta a tutti in ogni momento, perché concentrarsi sul respiro può aumentare il disagio in alcune persone, soprattutto in presenza di esperienze traumatiche.
Nel lavoro sul trauma, l’attenzione alla stabilizzazione prima dell’elaborazione dei ricordi trova corrispondenze in diversi approcci. Nell’EMDR, per esempio, la fase preparatoria può comprendere l’individuazione e l’installazione di risorse che aiutino il paziente a gestire l’attivazione emotiva. La psicoterapia sensomotoria di Pat Ogden e il Somatic Experiencing di Peter Levine attribuiscono particolare importanza alle sensazioni corporee e alle risposte fisiologiche. Anche l’Internal Family Systems, conosciuto come IFS, può integrare l’osservazione delle sensazioni fisiche nell’esplorazione delle diverse parti della persona.
Questi approcci non sono equivalenti alla Teoria Polivagale, ma condividono, con differenze importanti, l’attenzione all’esperienza corporea e alla necessità di rispettare i tempi di elaborazione del paziente.
Occorre infine evitare di ridurre il lavoro clinico alla ricerca di tecniche per attivare il nervo vago. Pratiche come le docce fredde, i gargarismi o alcuni esercizi respiratori vengono spesso presentate come strumenti capaci di regolare direttamente il sistema nervoso, ma le prove scientifiche a sostegno di molte di queste affermazioni sono limitate. Ogni intervento deve essere valutato in base alle caratteristiche della persona, alla sua risposta e agli obiettivi terapeutici.
Esercizio: aiutare il corpo a ritrovare la calma
1. Trova un appoggio
Siediti comodamente, appoggia i piedi a terra e lascia che le spalle si ammorbidiscano. Nota il sostegno della sedia sotto il tuo corpo. Non devi fare nulla di speciale: osserva semplicemente che, in questo momento, sei qui.
2. Rallenta dolcemente il respiro
Inspira dal naso senza forzare, contando mentalmente fino a 3 o 4. Poi espira lentamente, contando fino a 5 o 6. Ripeti per circa un minuto, senza trattenere il fiato e senza cercare di riempire completamente i polmoni.
3. Aiuta il corpo a riconoscere il presente
Guarda lentamente intorno a te e individua tre cose che vedi. Ascolta due suoni e nota un punto del corpo che è appoggiato. Poi chiediti: «In questo preciso momento, c’è qualcosa che richiede davvero che io mi difenda?»
Non devi obbligarti a stare bene e non devi eliminare quello che provi. Stai semplicemente offrendo al tuo corpo l’opportunità di rallentare. Il pericolo che senti potrebbe appartenere a qualcosa che hai vissuto, non necessariamente a ciò che sta accadendo adesso. Prova a lasciare che il tuo corpo faccia esperienza del presente, un respiro alla volta.
Non sei nato per stare sempre in allarme. Ti ci sei abituato. E ciò che hai imparato per sopravvivere puoi imparare, gradualmente, a trasformarlo.
Conclusioni
Il tuo psicologo può averti aiutato a capire tutto. Ma se il tuo sistema nervoso vive ancora in trincea, la tua infanzia continua a comandare anche quando non c’è più nessuno a darti ordini.
Torniamo alla scena iniziale, nella quale il paziente afferma di stare bene mentre il respiro cambia e le risposte diventano sempre più brevi. Questa situazione ci ricorda che ciò che una persona pensa di provare non sempre coincide con ciò che sta vivendo sul piano corporeo.
Il nervo vago partecipa alla comunicazione tra gli organi interni e il cervello e contribuisce alla regolazione di diverse funzioni fisiologiche. La Teoria Polivagale ha proposto una lettura del rapporto tra corpo, sicurezza e relazione che ha influenzato molti approcci psicoterapeutici, pur rimanendo oggetto di discussione scientifica.
Il bisogno di sentirsi sicuri sta alla base della guarigione. Lavorare sul nervo vago, talvolta, è imprescindibile.
Per lo psicoterapeuta, il contributo più interessante consiste nell’ampliare l’attenzione oltre il contenuto delle parole, includendo le sensazioni corporee, le variazioni dello stato emotivo e la qualità della relazione. Il corpo non sostituisce il pensiero e non offre risposte infallibili, ma rappresenta una dimensione dell’esperienza che merita di essere ascoltata e compresa insieme alla storia e al vissuto della persona.
Non sempre devi diventare più forte. A volte devi smettere di costringere il tuo corpo a sopravvivere a pericoli che non ci sono più.
di Marta Petrucci (psicologa e psicoterapeuta) e Germana Verganti (psicologa e psicoterapeuta)

