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Antonio Pizzolante: Parla di me, silenzio

Scoglio di Quarto, spazio d’arte, inaugura lunedì 7 giugno 2021 con la personale di Antonio Pizzolante

Vi è, nella semplicità delle forme e dei materiali, l’aspirazione a una dimensione mitica e simbolica, nelle opere di Antonio Pizzolante. Da sempre il suo lavoro mira all’essenzialità, concentrandosi su figure e segni che hanno un valore archetipico, quali il cerchio, il vaso, la meridiana, la linea d’orizzonte, il portale, il rapporto tra il centro, luogo di condensazione ed emanazione di energia, e la superficie come pelle che produce relazioni visive e sensibili, e altri ancora.

Queste figure o segni trovano però nei suoi lavori una presenza fisica immediata, integrata alle opere stesse, al punto che non se ne coglie la dimensione metaforica o simbolica.

Parte di questa dialettica, tra il senso nascosto o ulteriore e la dimensione visibile, deriva anche dal riferimento a titoli che introducono temi in cui risuonano soggetti letterari, voci del profondo, evocazioni poetiche, applicate a opere che sembrano rinunciare alla volontà rappresentativa, per assorbire nella materia e nel colore la loro dimensione unitaria e compiuta.

Nei lavori di un artista serio, che prosegue in una coerenza di percorso secondo le regole non date che motivano il continuo riproporsi di motivi in cui cogliere una evoluzione del pensiero e della tecnica adottata, quale Pizzolante è, risuona comunque la peculiarità della stagione in cui il linguaggio personale si è andato formando e definendo.

Stagione che per Pizzolante riconduce, a ritroso, all’arte degli anni Ottanta del secolo scorso, quando, superate le più ardite sperimentazioni delle avanguardie degli anni Sessanta-Settanta, si assiste al rastremarsi di una forza esplorativa che si era mossa tra materie, energie mentali e ragioni ideologiche, per volgersi in direzione di una nuova concezione formale e tecnica che tiene conto di tutte le vicende precedenti, cavalcandole in una dimensione pacificata. In quel frangente la realtà dell’opera ha una sua consistenza costruita e costruttiva, che ha portato a privilegiare nuovamente l’oggetto compiuto, la sua qualificazione autonoma rispetto al soggetto/artista. In questo distacco oggettivante le cose hanno ripreso a parlare la lingua dei segni, delle forme, con l’adozione di tecniche che sono diventate nuove pratiche riconosciute, convenzionali e in qualche caso accademiche.

Così, la cultura dell’espressionismo mediterraneo della Transavanguardia e altre esperienze di quel tempo hanno prodotto conseguenze assorbite da chi, in quegli anni, ha vissuto la necessità di una ripresa di radici simboliche e ancestrali, che sanno del ricorso al mito, a temi e soggetti che non si limitano a un uso dei materiali come protagonisti dell’opera, secondo la definizione delle varie tipologie di “ready-made”, ma vivono quel senso di superamento del tempo come frangente specifico, secondo un modo di sentire che va oltre i limiti della “modernità”.

La frequentazione dell’Accademia a Lecce, dove Pizzolante avvicina la scultura attraverso la scenografia, ma sembra assorbire anche il colore delle pietre di un momento storico-artistico di particolare rilievo, e quindi il trasferimento a Nord, tra Varese e il Lago Maggiore, dove egli precisa il suo interesse per una pratica dei materiali che tiene vivo il calore di una visione rivolta a recuperare memorie del passato nei linguaggi del proprio tempo, sono i passaggi che aiutano a definire il carattere del suo lavoro.

In primo piano ci sono gli oggetti, le cose e i materiali, e d’altro canto non si possono trascurare i riferimenti a soggetti, luoghi, miti e simboli. Questi due ambiti non sono elementi separati o al contrario esplicitamente usati in forme fuse indissolubilmente. Gli uni e gli altri, i materiali e i racconti, risentono in primo luogo dell’organizzazione come principio compositivo, costruttivo, che contraddistingue tutto il percorso dell’artista, fino alle realizzazioni attuali, sempre più rigorose e semplificate, senza essere assertive. In questo esse si distinguono dalle forme più minimaliste o radicali, per ospitare segni il cui rimando si fonda nella sospensione, in una metafisica indagine del possibile, che comprende la traccia di riferimenti simbolici, ma anche il dubbio, il vuoto, il silenzio, come parte di una necessità di comporre, più che di dire.

Gli ascendenti teorici e narrativi sono assorbiti e resi episodi di un dialogo con materie e spazi in cui le opere, anche molto diverse fra loro per fattura e carattere esteriore, trovano la loro presenza primariamente o forse esclusivamente visiva. Sono ora strutture nette e scandite, per quanto aperte a molteplici soluzioni, dove il legno di telai e composizioni tese a inquadrare fenomeni cromatici e materici autonomamente integrati alle predominanti linee orizzontali e verticali in cui i suoi lavori si combinano nello spazio della parete e dell’ambiente genera un rapporto fra pieni e vuoti, fra ritmi di “arsi” e “tesi”, in cui l’artista pare voler riecheggiare voci lontane, come il canto delle Sirene.

Le sculture, quasi tutte a parete, sono caratterizzate da una tensione interna, che le rende corpi compiuti, forme più che immagini, in cui la parvenza pittorica di superficie risponde a ragioni interiori, di risonanza di un tempo divenuto materia.

di Francesco  Tedeschi

Scoglio di Quarto, via Scoglio di Quarto 4, Milano (ingresso a destra del numero civico)

Milano – tel. 3485630381

info@galleriascogliodiquarto.com 

www.galleriascogliodiquarto.com

 

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