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Sei personaggi in cerca d’autore: successo al Teatro Ghione

Pirandello ci fa riflettere sulla non sempre perfetta coincidenza tra ciò che siamo, ciò che pensiamo di essere e sull’immagine che inconsapevolmente proiettiamo sugli altri.

Si sono appena concluse le repliche al teatro Ghione di “Sei personaggi in cerca d’autore” per la regia di Claudio Boccaccini che ne ha curato anche l’adattamento dall’originale pirandelliano, con Felice Della Corte nel ruolo del padre, Claudio Boccaccini in quello del Capocomico, Silvia Brogi la madre, e Francesca Innocenti nel ruolo intenso e coinvolgente della Figliastra.

Tra le più celebri pièce teatrali di Pirandello, questo dramma rappresentato per la prima volta ben 101 anni fa, è tornato a mostrare il suo sfolgorante sfavillio, quel “ Manicomio!” con cui venne apostrofato al termine della prima da un pubblico ancora impreparato a tanta modernità.

Oggi che il Novecento è più che mai presente nel sottotraccia del nostro quotidiano, oggi che siamo ancora quelli della pietra e della fionda, Pirandello ci fa riflettere sulla non sempre perfetta coincidenza tra ciò che siamo, ciò che pensiamo di essere e sull’immagine che inconsapevolmente proiettiamo sugli altri.

In un momento di grande attenzione ai massimi sistemi, tornare a ragionare su di sé, tornare a dare importanze a sistemi minimi a cominciare da quello familiare può essere la soluzione per superare attese catastrofiste, e infondere una sostanza migliorabile al nostro oggi. E allora. Valicando la piattezza di uno schermo che ha confinato le nostre esistenze negli ultimi due anni, quale strumento più efficace del teatro per restituirci a noi stessi? Per attribuire spessore e smalto ad un’indagine introspettiva? E , tra tutti, chi più del drammaturgo siciliano, profondo osservatore dell’animo umano?

Il metateatro di Pirandello si sdoppia con un sapiente gioco di luci ed ombre che vede contrapposte la compagnia di attori e il sistema familiare dei personaggi, si fa tridimensionale in un acuto gioco di specchi nei quali nessuno riconosce se stesso nella rappresentazione offerta dall’altro.

Francesca Innocenti – ph. Paolo Palmieri

L’adattamento di Claudio Boccaccini è minimal, asciugato di ogni orpello, come sarebbe piaciuto al premio Nobel siciliano se fosse vissuto in questi tempi cupi. La contrapposizione tra persone e personaggi viene resa evidente da un intenso gioco di luci, così come suggerito dallo stesso Pirandello, ma, al posto delle maschere come richiedeva l’originale, i sei personaggi recano con loro il segno del tempo in un abbigliamento dal sapore novecentesco che diviene maschera a sua volta e che ben si contrappone alla attualità del gruppo di attori. Omaggio al cliché degli anni passati è l’entrata del capocomico, ancora Boccaccini perfettamente calato nella parte, che esibisce un quotidiano tra le mani come status symbol un po’ vintage di un’epoca ormai genuflessa alla tecnologia: carezza malinconica ad un codice che sta scomparendo.

Anche la vasca intorno alla quale gira la vicenda della bambina è stringata, quasi un residuo di architettura industriale, un carrello da miniera che conduce al punto più profondo e oscuro della storia. E in verità la narrazione dei personaggi sembra quasi quella di una costellazione familiare, la tecnica psicoterapeutica elaborata da Bert Hellinger che consente il disvelamento delle dinamiche inconsce interne alla famiglia portate alla luce attraverso i movimenti dei singoli componenti, all’interno del loro campo morfogenetico.

Ciò rende la visione del dramma pirandelliano modernissimo e ancora più attuale. Ogni personaggio è portatore di un sentimento predominante e tossico, il disprezzo del figlio maggiore, il rancore della figliastra, il rimorso del padre, la richiesta di pietà e perdono da parte della madre.

Nonostante questo il nucleo però non si scoglie, non può sciogliersi del resto, i legami che sussistono tra i componenti di un sistema familiare, sosteneva hellinger, sono indissolubili al pari delle stelle appartenenti alla medesima costellazione. I personaggi restano infatti vincolati l’uno all’altro in un legame inscindibile e unidirezionale, dove però manca l’ascolto reciproco, lo scambio, l’accoglienza dei bisogni più intimi, in un urlo continuo e inascoltato della propria necessità, del proprio dolore.

Bert Hellinger riteneva che l’amore senza chiedere nulla in cambio era accettabile solo nelle favole, mentre nella realtà tutto ciò che non è reciproco è tossico. I personaggi di questa favola pirandelliana paradossalmente sono l’immagine più evidente della realtà nella loro cruda dipercezione. Sono loro, e non gli attori (semplici persone) a farsi portatori di una verità scomoda nonostante l’evidenza, tanto scomoda e irricevibile da spingerli a fare un’immensa fatica per rendersi credibili, oltre che visibili.

E tale verità consiste in uno sguardo ravvicinato e impietoso delle dinamiche sistemiche, che porta lo spettatore di volta in volta a spostare il punto di osservazione e immedesimazione, fino a partecipare dal vivo al dramma della figliastra, una straordinaria e talentuosissima Francesca Innocenti, alla sua risata sprezzante e isterica , alla corruzione e frantumazione della sua infanzia, per poi spostarsi sul padre -un convincente e affannato Felice Della Corte- o sulla madre accartocciata nel suo dolore, a cui Silvia Brogi ha dato spessore ed eleganza.

Srotolando la trama con seducente sapienza Pirandello trascina lo spettatore in cerchi concentrici da cui difficilmente si trova scampo. Nessuno, né degli spettatori in sala né men che mai della compagnia di attori che funge da prima platea dei sei personaggi, si sente direttamente rappresentato nel dramma familiare che va in scena, immaginando si stia parlando di altro, di altri. Nessuno pensa minimamente che la famiglia raffigurata possa incarnare porzioni della propria, eppure Pirandello fa toccare con mano quanto i sei personaggi in cerca d’autore siano così vicini al quotidiano da sfondare il muro della realtà stessa, per cui più che di meta teatro si potrebbe addirittura parlare di “meta realtà”.

Ed è questa la folgorazione finale ed inquietante, giacché, nel mentre che eri distratto e intento a cogliere gli aspetti morbosi della trama, nel mentre che interpretavi senza avvedertene il tuo ruolo di spettatore e ti eri accomodato in una posizione terza rispetto alla narrazione scenica, Pirandello ti si siede accanto, ti sorride e ti chiede sussurrando all’orecchio se, per caso, vi è una lata -ma lata, eh- eventualità che qualcuna tra le dinamiche tossiche rappresentate possa risultarti vagamente familiare.

La risposta è NO, naturalmente. Che si parli pure dei drammi del vicino di casa o dell’amica del cuore, del parente o del collega di lavoro… che si assista al dramma dei sei personaggi e gli si riconosca finalmente consacrazione letteraria, purchè resti confinato all’altro da noi.

Le nostre famiglie non hanno di questi problemi, per fortuna.

La realtà senza scampo è solo quella degli altri, per fortuna.

E noi siamo salvi. Noi, che siamo persone e non personaggi, ed anche questa è una fortuna.

A tutti gli altri e alle loro sventurate rappresentazioni possono andare allora i nostri più commossi e sentiti applausi,

e anche questa,ça va sans dire, è un’immensa fortuna.

di Lidia Monda

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