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R.E.M., l'onestà di un addio

di David Spiegelman

Le prove generali del nulla seguono strade dissonanti: quando un gruppo rock arriva al capolinea, è come se fosse una persona ad andarsene, sentiamo che manca qualcosa. La storia dei R.E.M. ha una cifra sommessa ed elegante rispettata anche nel passo d’addio: difetta infatti del bagaglio d’accompagnamento che sembrerebbe immancabile in tutte le conclusioni divaricanti di un’esperienza musicale collettiva. Invece i ragazzi di Athens, dopo trent’anni, hanno capito di aver ormai detto insieme tutto quel che sarebbe stato loro consentito, per decidere di evitare di sopravviversi, come caricatura di se stessi. Dove non può la pistola, spesso provvede la noia. La storia delle arti – dalla letteratura al cinema fino appunto alla musica – non è povera di esempi di soggetti incapaci di prendere atto dell’esaurimento della fonte da cui sgorga il talento: fortunelli che campano di rendita su un’idea sola, magari nemmeno troppo buona; persone prigioniere ormai del personaggio indossato per convenienza o per indolenza; maschere che sottomettono il volto. Ecco allora che un gruppo capace del più difficile gesto di onestà intellettuale – riconoscere come il proprio tempo sia trascorso, rinunciare a campeggiare in un presente ormai inabitabile – diventa eccezione a una regola in cui nessuno lascia mai la scena, tutti sono drogati di polvere di palcoscenico, Dorian Gray lascia il ritratto in soffitta per invecchiare, non di rado male, in pubblico.

Dei R.E.M resteranno le canzoni, un percorso artistico coerente e sempre inappagato, nel senso di una ricerca libera e curiosa, ma soprattutto il modo raffinato e ineguagliato di dire: basta. Non importa quali siano state le ragioni di un atto stilizzato fino all’estremo, alieno da quelle drammatizzazioni che portano il rock a degenerare in kitsch. Può darsi che Michael Stipe e i suoi ormai ex compagni di viaggio scelgano di percorrere in proprio un nuovo cammino, senza rinnegare né riscrivere quanto di buono fatto insieme. Di lunghi addii, talmente lunghi che non finiscono mai, pullula la storia dei rimpianti per quel che non è stato.

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