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Carlo Verdone relatore d'eccezione all'Accademia dei Lincei

di Mariano Colla
 

L’austera Accademia dei Lincei si è concessa un pomeriggio di evasione, mettendo per una volta in secondo piano professori e relazioni scientifiche, per incontrare, come ha detto il presidente prof. Maffei, un mondo apparentemente lontano dalla scienza ma, non per questo, meno significativo nel proporre importanti sollecitazioni culturali e di costume. Carlo Verdone è, a pieno titolo, un personaggio importante di tale mondo, non solo nella sua veste di comico e di regista ma, soprattutto, di attento osservatore dei costumi e delle tradizioni italiane.

Nel ruolo un po’ inedito di conferenziere Verdone, ha intrattenuto, nei saloni dell’Accademia, un folto pubblico, desideroso di concedersi una parentesi di intelligente ironia, quanto mai necessaria per alleviare le tensioni e le inquietudini riconducibili alle pressanti incombenze economiche e non solo. La conferenza ci ha consegnato un Verdone mattatore ma, al contempo, narratore. Narratore di esperienze personali, di aneddoti, di vignette, di caricature incentrate sui vizi, sulle virtù e sui tic degli italiani, scorci di vita distribuiti su un arco temporale di quasi quaranta anni, visti anche attraverso le metafore dei suoi film. Elementi e riflessioni che sono state alla base dell’ampia produzione cinematografica del Carlo nazionale, considerazioni che, inoltre, rivelano aspetti e momenti poco noti della vita dell’attore quali, per esempio, la notizia che la madre era frequentatrice dell’Accademia, dove amava recarsi per ascoltare le conferenze. Attraverso i suoi ricordi di bambino e adolescente nel quartiere Regola, Verdone ha fatto riemergere immagini di una vecchia Roma popolare, di una città dove nei vicoli pulsava una vita animata dalle botteghe degli artigiani, dai piccoli spacci, dai rumorosi mercati rionali e dove i caratteri di molti personaggi, dall’oste al ciabattino, dal barbiere al fabbro, esprimevano ancora la romanità tanto decantata dal Belli e da Trilussa e che Verdone ha ripercorso con divertenti sketch. Era un società caratterizzata da bisogni primari quale fame, sesso, visto come trasgressione e tradimento, superstizione.

E’ la Roma in cui il piccolo Verdone cresce e che precede il grande boom degli anni ’60 e i film di Risi, Germi, Monicelli, che, per primi, descrivono un italiano pieno di illusioni, ingenuo e caciarone, macho e con un pizzico di euforia che gli fa sottovalutare rischi e pericoli come ne “Il Sorpasso” con Vittorio Gassman. Euforia che, secondo Verdone, viene spazzata via dal ’68. L’Italia si trasforma. Le donne affermano la loro fisicità, le loro idee, la loro presenza nel mondo e nel lavoro. Gli uomini accusano il colpo e il machismo anni ’60 tramonta per lasciare il posto a fragilità, insicurezze, tentennamenti, figure maschili che Verdone ben descrive nel film “Un sacco bello”. Nel film si ritrovano gli stereotipi dei giovani sessantottini, con un linguaggio infarcito di “cioè” e cadenze scandite da inflessioni tese a rappresentare una improbabile cultura sociopolitica ma che, invece, celano una profonda ignoranza, mascherata da seducenti sofismi. Laddove, prima, emergeva una certa cialtroneria ottimistica e utopica, inizia a farsi spazio la solitudine come cifra di un’esistenza che ha maturato le sue prime disillusioni. Verdone racconta il viaggio in Polonia che ha ispirato il personaggio del bullo nel film, rimarcando la solitudine esistenziale di molti italiani incontrati a Cracovia alla ricerca di sesso, sentimento mascherato nei panni di un improponibile machismo.

Anche “Bianco, rosso e verdone”, in qualche modo, descrive il senso di solitudine e di disadattamento dell’uomo di quegli anni. I personaggi del film, secondo Verdone, sono esasperati da un eccesso di caratterizzazione, ma comunque veri, reali. Verdone giudica gli anni ’80 non molto interessanti dal punto di vista culturale. Il cinema viveva un periodo di grossa crisi. Nasceva la disco-music e sembrava ripristinarsi un clima di euforia ma, nella sostanza, i presupposti si mostravano più fragili di quelli degli anni ’60. Con “Borotalco” Verdone crede di interpretare questa euforia un po’ mitica, con quei tratti di esagerazione tipica di una generazione giovanile che pensava di rivalutarsi attraverso sfondoni e boatos, poco credibili in sé, ma che creavano i personaggi di quel periodo. E poi Verdone rileva il diffondersi del problema delle separazioni. Coppie che si dividono, la sopportazione e il sacrificio visti come atteggiamenti deleteri per affermare la propria libertà e individualità, e che il regista coglie come fenomeno nel film “Compagni di scuola”, storia di studenti liceali che si rincontrano dopo 20 anni e che scoprono di non avere più nulla in comune. Negli anni ’90 con “Maledetto il giorno che ti ho incontrato” Verdone vuole ricordare il periodo degli ansiolitici, degli antidepressivi e delle nevrosi, anni chimici dove, appunto, la chimica e suoi farmaci dominano lo scenario giovanile e non solo.

La mitomania dell’esserci, dell’apparire, pur avendo poca fiducia del proprio corpo, caratterizza invece, secondo Verdone, la fine degli anni ’90. Il tatuaggio, che nasce come un piccolo elemento decorativo, diventa un “murales”, si trasforma in veicolo di omologazione, come i fisici scolpiti dalle palestre, frequentate da uomini e donne alla ricerca di una visibilità comune che si estrinseca attraverso canoni puramente estetici. Il pessimismo di Verdone emerge con una amara opinione degli anni 2000, periodo visto come nuovo medioevo, senza orizzonti. Tutto crolla, i simboli del potere economico a New York, le borse, i valori, la politica. Siamo diventati una società di Picasso, dice il comico, o, meglio, una società liquida, come afferma il celebre sociologo Baumann.

Con il film “Gallo cedrone”, Verdone cerca di fotografare questo periodo complesso e deludente allo stesso tempo, fatto di megalomania e “doppiofaccismo”, di nevrosi bipolare e politica sporca, del tutto è possibile. Verdone conclude con alcune considerazioni sulla commedia. La commedia è stata fondamentale nel descrivere la società italiana, con garbo e ironia, già con i grandi registi degli anni ’50 e’60. Oggi rischia di subire anch’essa quel degrado di forme e contenuti che caratterizza molte produzioni artistiche di questo periodo. La commedia deve elevarsi, deve evolvere per fare critica sociale, altrimenti rimane intrattenimento del tutto sterile. Bisogna recuperare valore nei nuovi progetti e puntare sugli argomenti più che sui personaggi. In “Posti in piedi in paradiso” il tema proposto è quello dei padri separati che si privano di tutto per assicurare sostentamento a moglie e figli, avviandosi spesso sulla strada della povertà. Coniugare risata e dramma non è facile, ma il tema è socialmente importante ed è opportuno che la commedia lo tratti.

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