La paura dell’abbandono è una delle ferite emotive più profonde e diffuse, capace di influenzare silenziosamente il modo in cui viviamo l’amore, la vicinanza e la distanza nelle relazioni.
Dietro il bisogno costante di rassicurazione o il desiderio di fusione con il partner si nascondono spesso esperienze precoci che hanno lasciato un segno duraturo nella nostra storia affettiva.
Ne parliamo con Germana Verganti, Psicoterapeuta Milleriana, Analista Transazionale EMDR
La paura dell’abbandono è un tema molto diffuso nelle relazioni. Che cosa rappresenta dal punto di vista psicologico?
La paura dell’abbandono rappresenta una delle matrici emotive più profonde e pervasive nell’esperienza relazionale umana. Quando assume una forma intensa e persistente, diventa l’espressione attuale di un’organizzazione affettiva costruita molto precocemente, all’interno delle prime esperienze di attaccamento. In molte persone, infatti, la sofferenza che emerge di fronte alla distanza o al ritiro emotivo del partner riattiva vissuti molto antichi che hanno origine nel passato.
Secondo l’Analisi Transazionale, da dove nasce questa paura?
Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, la paura dell’abbandono può essere letta come una risposta del Bambino interno che, nelle fasi precoci dello sviluppo, ha sperimentato forme di discontinuità affettiva, imprevedibilità relazionale o insufficiente sintonizzazione emotiva. Non è necessario che vi siano stati eventi traumatici evidenti: spesso è sufficiente una qualità relazionale in cui la presenza dell’adulto fosse intermittente, condizionata o emotivamente distante. In questi contesti, il bambino apprende che il legame non è stabile, ma fragile e incerto.
In che modo queste esperienze precoci influenzano il comportamento relazionale in età adulta?
Quando la relazione primaria non garantisce una base affidabile, il sistema psichico si organizza attorno alla necessità di preservare il contatto ad ogni costo. Nell’età adulta questo può tradursi in ipervigilanza emotiva, bisogno costante di rassicurazione, difficoltà a tollerare la distanza e intensa reattività ai segnali di possibile disconnessione. La paura dell’abbandono nasce quindi da una precoce esperienza di precarietà che il soggetto continua inconsciamente a prevenire attraverso strategie relazionali difensive.
Tra queste strategie compare spesso il bisogno di fusione o simbiosi. Di cosa si tratta?
Una di queste strategie è proprio il bisogno di fusione. Culturalmente la fusione relazionale viene spesso idealizzata come segno di amore intenso, ma sul piano psicologico può rappresentare un tentativo di neutralizzare l’angoscia della separazione: si parla, infatti, di simbiosi patologica. Se il partner viene vissuto come indispensabile per la propria regolazione emotiva, la distanza non è percepita come un movimento naturale del legame, ma come una minaccia di perdita.
Quali dinamiche interiori si attivano quando prevale questo bisogno di fusione?
In termini transazionali, si tratta di una configurazione in cui i confini tra gli stati dell’Io risultano poco differenziati. Il Bambino, portatore del bisogno di protezione e riconoscimento, tende a predominare, mentre l’Adulto fatica a mantenere una funzione regolativa autonoma. In questa condizione, il partner viene investito di aspettative che eccedono la relazione adulta e assume inconsciamente la funzione di figura di attaccamento primaria.
Possiamo dire quindi che il bisogno di fusione non sia sinonimo di amore?
Esattamente. Il bisogno di fusione non è espressione di eccesso d’amore, ma di una difficoltà di separazione interna. Quando non si è interiorizzata una presenza stabile e rassicurante, si tende a cercarla all’esterno in modo totalizzante. L’intimità viene confusa con l’assenza di distanza e la differenziazione con il rischio di perdita. Per questo ogni spazio autonomo dell’altro può essere vissuto come rifiuto o segnale di abbandono.
Perché alcune relazioni, soprattutto quelle instabili o ambivalenti, risultano così attrattive per chi teme l’abbandono?
Le relazioni caratterizzate da ambivalenza o disponibilità intermittente risultano particolarmente attrattive perché riattivano il copione originario. Allo stesso tempo offrono l’illusione di poter finalmente ottenere quella sicurezza che è mancata. Il soggetto resta così intrappolato in una dinamica di ricerca e timore, desiderio di vicinanza e paura della perdita, in cui la relazione diventa il luogo dove si rimette in scena un conflitto irrisolto.
Qual è il ruolo della terapia nel superare la paura dell’abbandono?
Il lavoro terapeutico mira innanzitutto a evidenziare l’origine infantile della paura dell’abbandono e a rafforzare la funzione dell’Adulto, affinché la persona possa riconoscere i propri stati interni senza esserne travolta. Significa imparare che la vicinanza non richiede l’annullamento dei confini e che la separazione non equivale a una perdita definitiva. L’obiettivo è spostare il centro della sicurezza dall’esterno all’interno, costruendo una base affettiva capace di sostenere la relazione senza dipenderne in modo assoluto.

