di Mario Masi
Elisa ce l’ha fatta ed ha scritto un libro, ‘Il peso di una libellula’ in cui racconta quanto ha sofferto e come è riuscita a sconfiggere la ‘Bestia’, l’anoressia.
Il problema dei disturbi alimentari è non è solo l’espressione di un conflitto estetico con il proprio corpo ma è soprattutto la manifestazione di un disagio profondo.
Gli adolescenti vivono spesso la costruzione della propria identità senza una rete di protezione sociale e senza quella placenta familiare che dovrebbe offrire amore ed validi esempi.
Orfani di sentimenti e valori, i ragazzi non riescono nemmeno più a descrivere il proprio malessere, vivendo in quello che Umberto Galimberti definisce un analfabetismo mentale verbale e emotivo.
Se per Goethe l’uomo è un essere volto alla costruzione di senso, oggi viviamo in un’epoca che, per dirla come Spinosa, è dominata dalle passioni tristi, in cui gli adolescenti sono combattuti, come scrive lo stesso Galimberti, “fra il non sapere chi si è e la paura di non riuscire a essere ciò che si sogna”. Lo scenario è un deserto di valori dove la famiglia, la scuola, la società sono inconsistenti, anaffettivi, ambigui. E allora il corpo diventa la rappresentazione teatrale del proprio malessere.
Abbiamo intervistato Elisa Fagioli per farci raccontare la sua esperienza.

Nel tuo libro scrivi che la causa dell’anoressia non deve essere solo ricondotta alla ricerca di canoni di bellezza sbagliati ma c’è molto di più. Cosa?
Certamente si. La superficialità e la scarsa informazione nei confronti dell’Anoressia e di tutti i Disturbi della condotta Alimentare in genere, porta la magior parte delle persone a pensare che , questo tipo di malattie,sono solo il desiderio di essere più magra, di entrare nella famose e rinomata taglia 40. I canoni ed i modelli di bellezza imposti dalla società e promossi dai mass media, non sono però estranei all’incremento dei meccanismi anoressici, vanno però letti in termine di perfezione ed accettazione.
Mi spiego meglio. Le persone che soffrono di DCA , non mirano alle passerelle,alla bellezza o alla taglia 40, ma bensì all’ideale di PEFEZIONE associato ad essa e all’ammirazione che rientrare in certi paramentri ti porta.
Chi soffre di DCA ha sempre una bassissima autostima, si sente sempre “quel difetto dentro” che la spinge a ricercare la perfezione pur di essere amata e considerata.
L’anoressia come la bulimia ed il binge desorder, sono malattie mentali. Come mentale si intende l’interazione tra la persona stessa e l’ambiente che la circonda, la rete di contatti ed affetti che le ruota intorno. E’ un grido d’aiuto, un male dell’anima che ha radici spesso nell’ambiente familiare o nelle relazione inter-personali.
I primi due capitoli sono dedicati a tua madre e tuo padre. Che ruolo hanno avuto i tuoi genitori nella sua rinascita?
Bhè, direi fondamentale anche se non si può ricercare la felicità al di fuori di noi stessi o delegarla a terzi. I miei genitori hanno avuto un ruolo fondamentale, sia nella malattia che nella rinascita.
La mia anoressia era un grido d’aiuto e di attenzione. Fin da piccola sono stata inondata da amore e attenzioni. Mia madre e mio padre non mi hanno mai fatto mancare niente, ma “in cambio” hanno “preteso” da me alcune cose, che per molti bambini e genitori sono scontate, o in alcuni casi ininfluenti, come i bei voti a scuola, precisione ed educazioni in ogni caso e situazione.
In me però queste piccole pretese, fin da piccola erano il modo di ripagarli del loro affetto. Una volta però cresciuta, quando la voglia di studiare è venuta in po’ a mancare e hanno cominciato a fioccare i brutti voti a scuola, mi sono sentita in “debito”, una figlia ingrata ed irriconoscente. Da qui l’ossessione inconscia per la perfezione. Ricercavo la perfezione in ogni lato del mio carattere e delle mie attività. A scuola dovevo essere la prima della classe, l’alunna modello, così i miei sarebbero stati fieri ed orgogliosi di me. Dovevo essere sempre all’altezza di ogni situazione, solo così credevo che sarei stata amata. Dovevo controllare tutto, carattere e scelte e così mi sono ritrovata a vivere una vita fatta di DEVO e non di VOGLIO.
Detto questo però, i miei, mi sono stati sempre molto vicini durante il mio percorso di rinascita. Ci siamo sottoposti ad una lunga terapia familiare, proprio perchè le cause che mi hanno portata ad ammalarmi di anoressia erano da ricercare negli schemi che si erano instaurati tra di noi. Abbiamo riscritto la nostra storia, ci siamo confrontati e abbiamo sciolto i nodi che si erano formati tra i fili del nostro passato.
E’ stata dura, ma posso dire finalmente che ho cominciato a stare meglio nel momento in cui ho iniziato a vedere i miei genitori come una donna ed un uomo, con i propri difetti e le proprie fragilità e nel momento in cui anche loro hanno smesso di vedere in me la figlia “che fa sempre la cosa buona e giusta” .
Durante la frequenza alla facoltà di Scienze Infermieristiche esplode tutto il tuo disagio. Attacchi di panico, paura di vomitare, l’astensione dal cibo. Sei riuscita a capire il perché di tanto disagio?
Certo, era il preludio del Disturbo Alimentare. Inizia tutto da una forte depressione.
Il fatto è che io non ho mai vissuto la mia Vita. Come ho detto prima basavo le mie scelte sui devo e non sui voglio. Il ritrovarmi da sola, in una città nuova, in una situazione stressante e di disagio è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso già colmo di acqua, piovuta in anni ed anni di silenzio e di maschere indossate per recitare un copione che non rispecchiava per niente la realtà in cui volevo vivere.
Cosa succede il 16 aprile 2010?
Successe che il mio cuore si fermò. Il mio cuore messo a dura prova per troppo tempo.
Era inevitabile perchè ormai erano mesi che il mio corpo mi dava dei segnali terrificanti. Non riuscivo più a fare le scale di casa e vestirmi, come allacciarmi le scarpe era diventata una vera e propria tortura. Negli ultimi giorni riuscivo a malapena a parlare. Il mio corpo era ridotto a pelle ed ossa e perdevo liquidi sia dalle estremità che dal naso. Ero alla fine, e quel giorno ricordo solo che svenni in bagno, dopo aver abusato di lassativi, come ogni giorno, per liberarmi del peso di una esistenza che non mi dava più tregua.
Da lì il ricovero d’urgenza in terapia intensiva, dove fu detto ai miei genitori che non avrei superato la notte. Ed invece ce la feci, superai quella notte ed altre notti ancora. Ho trascorso due mesi in ospedale, intubata e nutrita tramite sonda parenterale. Successivamente alte tre di cinica ad Arezzo. E’ stato difficile,ma ho sconfitto la “Bestia” e sono qui.
Cosa ti ha fatto scattare la molla e facendoti scegliere la vita piuttosto che la morte?
Ci tengo a dire che la forza e la volontà non scendono dal cielo.
Io prima di toccare l’ospedale non ne volevo sapere di medici e cure. Sapevo che avevo un problema ma ammettere di essere malata voleva dire per me ammettere di essere una persona debole e imperfetta, non l’avrei mai fatto.
In ospedale, nei due mesi di ricovero, ho avuto “l’occasione” di fermarmi, di pensare a me, e con l’aiuto dell’equipe della Asl 6 dell’Ospedale di Cecina e soprattutto del dott.Artico, si sono create le circostanze giuste per far nascere in me la voglia di farcela.
Io ricordo solo che la sofferenza che ho provato in quei giorni è indescrivibile. La disperazione di certi momenti è difficile da descrivere in parole. So solamente che il mio più grande desiderio era quello di veder sorgere il sole fuori da quella stanza. Lo vedevo tutte le mattine uscire dalle colline fuori dalla mia finestra ospedaliera ,da quelle tendine che lasciavano solo intravedere una debole luce e questo mi dava ogni volta una profonda tristezza. Promisi a me stessa che quel sole volevo vederlo sorgere fuori da lì. E così è stato.
Cosa e chi ti ha aiutata di più a rinascere?
Il mio psicoterapeuta e l’equipe multidisciplinare del centro per la cura dei DCA di Arezzo: Auryn. E’ impensabile uscire da una malattia così grave e subdola da sole. E’ necessario affidarsi ai medici specializzati.
Cosa consigli a chi pensa di arrendersi e a chi sta ancora combattendo la sua battaglia?
Poche ma importanti parole. Ragazzi, non abbiate paura, CHIEDETE AIUTO! Chiedere Aiuto non è un atto di debolezza, ma di estrema forza e amore verso se stessi. I difetti non sono limiti ma caratteristiche di Unicità.
Io non ho la pretesa di aiutare nessuno, voglio solo donare occhi a chi occhi per vedere non ha. Con la mia testimonianza voglio urlare al mondo che GUARIRE SI PUO’, ed è bellissimo.

