Le donne che danno la vita oggi non sanno che morire. Gli uomini, tutti nati da donna, interpretano in modo insofferente e quindi cruento l’evoluzione di ruolo che nel secondo Novecento ha visto la crescente autonomia della “seconda metà del cielo”, sul piano lavorativo come nella gestione dei rapporti sentimentali. Se il termine “femminicidio” appare una semplificazione simbolica funzionale al solo effetto giornalistico, è indubbio come i maschi reagiscano sempre più sistematicamente con la violenza – fino alle sue forme estreme – alle categorie dolorose quanto lecite del distacco e dell’abbandono, quasi che la forma della civiltà sia recessiva rispetto ai moduli ancestrali della sopraffazione, che risalgono a un canone primordiale di convivenza legata a rituali antecedenti la civilizzazione.
Di fronte a tendenze generalizzate come quella in atto, la via legislativa è soltanto un succedaneo a posteriori, che sanziona la devianza senza impedirla. Inasprire inoltre le pene in modo meccanico, sulla base di aggravanti specifiche di dubbia fondatezza, si esporrebbe a seri rilievi di illegittimità che potrebbero vanificare un lavoro di alto livello scientifico e culturale, ma inefficace nel quotidiano della battaglia della vita. Serve piuttosto un riesame degli strumenti sociologici da applicare sul campo, atti ad attenuare la naturale aggressività che caratterizza le dinamiche di genere, con la prevalenza puramente fisica del maschio.
Dall’inizio del 2016 oltre 50 donne sono state uccise in Italia dal partner o, più spesso, da un ex. Da gennaio 2015, dati di Telefono Rosa, almeno 8.856 donne sono state vittime di violenza e 1.261 di stalking. Ed è solo la punta dell’iceberg, visto che il 90% delle donne non denuncia.
Lucia Annibali, la donna sfregiata con l’acido dall’ex Luca Varani, si è rivolta agli uomini, un appello per chiedere anche a loro di essere parte attiva nella rivoluzione culturale, contro la violenza sulle donne:
Si tratta di mettere in pratica con un gesto concreto quella rivoluzione culturale di cui tanto si parla. E la rivoluzione, qui e oggi, la possono fare solo gli uomini per gli uomini, affrontando un percorso di liberazione simile a quello che ha portato le donne all’emancipazione. Perché è vero: le leggi ci sono, il problema è educativo. Ma la voce delle donne da sola non basta. Accanto a loro devono devono esserci gli uomini.
Il ruolo del sistema educativo, più scolastico che familiare, torna in primo piano in un contesto da cui sono stati espunti, per presunte ragioni di omogeneità ed economia didattica, i fondamenti di educazione civica che non riguardano soltanto il rapporto tra i futuri cittadini e lo Stato, ma le relazioni interpersonali da elaborare in chiave non di possesso, ma di collaborazione costruttiva a un progetto.
In Costituzione conosce limiti sociali perfino il diritto di proprietà sulle cose, figuriamoci se possa ammettersi qualcosa di simile sulle persone, sui sentimenti. L’amore non è ancora morto, ma di amore non si può più morire.
di Elena Orsini

