Non negate, quante volte abbiamo sentito dire o abbiamo perfino detto “sei più sfigato di Leopardi”, rivelando, se non la nostra ignoranza almeno la nostra immensa superficialità? Sì, perché Leopardi basta leggerlo per amarlo, dalle prime opere fino al Ciclo di Aspasia tutto diventa chiaro al lettore attento: Leopardi è il poeta italiano più moderno che sia mai esistito.
Odia la moda, la definisce l’anticamera della morte e disprezza la politica perché le uniche cose sopportabili sono le cose che non sono.
La definizione popolare del letterato come lo sfigato depresso è la più sbagliata che si possa concepire. Giacomo Leopardi disprezza l’idea di progresso e di felicità perché è ben consapevole dell’illusione che questi concetti “liberali” rappresentano. Eppure nonostante una vita segnata da un costante dolore fisico e da importanti deficit emotivi legati alla sua infanzia, Leopardi è un uomo che vive con pienezza.
Basta fare un giro sui nostri social per capire come tutto ci affligge, ci indispettisce e ci rattrista: perché amiamo in maniera morbosa sguazzare in un insano auto-compatimento di noi stessi. Anche quando in qualche modo reputiamo noi stessi superiori a chiunque altro, non sappiamo fare altro che vivere questa presunta superiorità come una condanna, un giogo. Ma è davvero così?Non definiremmo Leopardi “pesante” se avessimo coscienza di quanto “pesanti” siamo noi, impantanati fino alle ginocchia nei nostri affari senza veramente avere voglia e coraggio di uscirne.
Ecco, Leopardi sembra anticipare quell’Italo Calvino che parlando di Guido Cavalcanti ne Le Lezioni Americane ci introduce al concetto di leggerezza, qualcosa che abbiamo dimenticato per sempre e che oggi è rara come pochissime cose al Mondo: la leggerezza pensante, qualità propria del poeta che vola oltre la pesantezza della mediocrità.
In un mondo di scafandri Leopardi è stato una farfalla: non ha avuto una vita felice ma ha vissuto come un uomo che della felicità, nella nostra patetica dimensione di questo concetto, se ne è fregato.

Infine La Ginestra, il fiore del deserto, la grande testimonianza di un poeta di luce che ci spinge alla fratellanza e alla riconquista della nostra umanità come unica arma contro la natura avversa.
E tu lenta ginestra (…)
piegherai
sotto il fascio mortal non renitente
il tuo capo innocente:
ma non piegato insino allora indarno
codardamente supplicando innanzi
al futuro oppressor; ma non eretto
con forsennato orgoglio inver le stelle,
né sul deserto, dove
e la sede e i natali
non per voler ma per fortuna avesti;
ma piú saggia, ma tanto
meno inferma dell’uom, quanto le frali
tue stirpi non credesti
o dal fato o da te fatte immortali.
La Ginestra non si illude, non cerca vane consolazioni né si mostra superba ma appare fiera nella sua umiltà, nell’accettazione della sua esistenza. Vive consapevole della sua fine ma non si dà per vinta per questo. Quello Leopardiano è un titanismo profondo che va oltre il carpe diem: non dice “vivi il momento” dice “vivi al meglio” e reagisci alla chiusura, alla mediocrità alla depressione. Dov’è oggi la Ginestra che dovrebbe fiorire in ognuno di noi? Ci appesantiamo di opinioni, di piccoli drammi giornalieri e intanto passivamente ignoriamo questo nostro essere dei confusi viandanti.
Forse in un mondo come il nostro Giacomo sarebbe uno sfigato ma questo è il Mondo che Giacomo schernirebbe con la consapevolezza che dietro ogni siepe c’è sempre un infinito da contemplare.

