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Nuove frontiere linguistiche: il mondo parlerà cinese?

Di Paolo Cappelli


Per anni ci siamo sentiti ripetere la frase “studia l’inglese, che ti servirà nella vita!”. Aiutati (poco) dalla scuola e spinti (molto) da internet, gli italiani sembrano non farcela: secondo un’inchiesta Eurobarometro del 2005 (non credo che da allora le cose siano particolarmente migliorate) solo il 36 per cento degli italiani si dichiarava in grado di sostenere una conversazione in un idioma diverso da quello natio. La media europea è del 50 per cento: stiamo peggio della Germania e anche della Francia, allo stesso livello degli spagnoli e leggermente meglio degli inglesi: i quali però se lo possono permettere, visto che sono gli altri a parlare la loro lingua. Tra le cause di questo fenomeno sono state indicate, nel corso degli anni, la cattiva qualità dell’insegnamento scolastico, il basso livello di istruzione generale e anche il fatto che da noi, a differenza di quanto avviene ad esempio in molti Paesi del nord Europa, doppiamo tutti, ma proprio tutti i film, invece che guardarli in lingua originale con i sottotitoli. Ma se il problema fosse solo questo, con l’avvento del dvd avremmo dovuto risolverlo e invece non è così.

Negli ultimi 20 anni, complice la globalizzazione, abbiamo visto aprirsi mercati di Paesi conosciuti solo dal punto di vista geografico, e non anche da quello economico, in particolare la Cina e l’India. Per contro, le tensioni e le guerre sviluppatesi nel Golfo Persico a partire dal 1991 e la volontà dei signori del petrolio di investire anche e soprattutto in Europa e Stati Uniti, hanno portato all’attenzione del grande pubblico l’area mediorientale e la sua storia antica e recente. Ecco che qualcuno ha iniziato a farsi due conti: la prima lingua madre parlata nel mondo per numero di parlanti è il cinese (mandarino). La seconda è lo spagnolo (è lingua ufficiale in Spagna e in quasi tutta l’America centrale e meridionale). L’inglese è abbastanza indietro in questo senso, ma è la prima lingua non madre, o come dicono i linguisti, la “seconda lingua” più parlata. Per venire incontro alle nuove, inevitabili esigenze che si sviluppano in queste situazioni, sia commerciali sia di altro tipo, iniziò a prendere corpo l’idea che l’inglese, in termini numerici, potesse essere minacciato da altre lingue e che per fare affari con i mediorientali, i russi e in particolare con i cinesi, era auspicabile, quando non necessario, farlo attraverso la loro lingua.

L‘inglese è stato, fin dagli inizi dell’era informatica, la lingua del web e finora non c’è stato il benché minimo accenno di concorrenza. Con l’ascesa ed espansione della Cina, che sta diventando una potenza mondiale con un tasso di crescita tra i più sostenuti, la tendenza potrebbe mutare. Dati i record sulle percentuali di crescita a due cifre nell’utilizzo del web in Cina, si può forse cominciare a parlare di un nuovo asse informatico che tende verso il continente asiatico. È questo il risultato a cui è giunto il blog The Next Web, riportato fra gli altri dal sito dell’emittente Fox News e dall’Ansa, secondo cui gli utilizzatori del paese più popoloso al mondo stanno per raggiungere quelli che preferiscono l’inglese. Attualmente, i fruitori delle pagine web in lingua inglese sono poco più di 555 milioni nel mondo, mentre quelli in cinese arrivano quasi a 445 milioni. Il tasso di crescita è in rapida ascesa ormai da un decennio e solo quest’anno ha visto gli utenti dagli occhi a mandorla crescere di 36 milioni. Secondo alcuni, queste variazioni degli equilibri potrebbero avere effetti anche sulle lingue parlate.

David Graddol, linguista britannico, ha così commentato: “In termini di lingue parlate, l’inglese sta già scendendo nelle classifiche ed è ora al quarto posto minacciato da vicino dall’arabo. Nei prossimi 50 anni il cinese potrebbe diventare la seconda lingua imparata nel mondo, sostituendo l’inglese”. E’ di diverso avviso John McWhorter, articolista di The New Republic, il quale afferma senza mezzi termini sull’Economist di questa settimana che no, lui proprio non ci sta: imparare il cinese mandarino non serve, perché l’inglese, come lingua delle relazioni internazionali, non arretrerà in termini di popolarità. Secondo McWorther, a differenza di quanto accadde dopo l’avvento di Alessandro Magno al greco antico (considerato, al tempo, la lingua del mondo per sempre), l’inglese ha il gene della permanenza perché si è diffuso in una maniera endemica, spinto in poppa dall’istruzione e, in fin dei conti, dai media e dalle nuove tecnologie di comunicazione. Sono state proprio queste ultime a rendere persistente questa lingua, come mai prima nella storia, almeno secondo l’autore dell’articolo. A questo punto ci si potrebbe chiedere cosa succerebbe se, presa la macchina del tempo, atterrassimo nell’agorà di Atene e dicessimo al primo dei passanti “lo sa che la sua lingua sparirà e sarà quella di un Paese indebitato fino al collo?”. Probabilmente ci riderebbero in faccia.

Ma non è tutto qui. McWhorter, per rincarare la dose, sottolinea che il dominio dell’inglese sarà facilitato dalla difficoltà di apprendimento del cinese e che il mondo, sebbene economicamente oggi molto legato alla Cina, soddisfa ordini di fornitura che, però, giungono dal lontano oriente in lingua inglese. Nel suo articolo, tuttavia, il nostro teorizzatore tralascia alcuni fondamentali dell’apprendimento linguistico, peraltro sottolineati dai lettori. In primis, non esistono lingue difficili da apprendere. Semmai quello che va misurato è il grado di diversità dal proprio sistema fonetico e sintattico. Tanto per darvi un’idea, in giapponese i numeri (un ombrello, due penne, ecc.) cambiano a seconda della forma della cosa che si numera. In serbo esiste il caso locativo: per esprimere ciò che è relativo alle idee (“a cosa pensi?”) si usa il locativo, perché l’idea è il luogo in cui si trova la mente in quel momento. In tedesco esistono i verbi separabili e nella frase si mette la seconda parte dopo il soggetto e la prima alla fine della frase (cioè finché non si finisce la frase, non si capisce il verbo). Si potrebbero riempire libri di questi esempi. Poi ci sono lingue strutturalmente e foneticamente affini e per un italiano non è difficile imparare un discreto spagnolo, ma ricordate che la “s” alla fine delle parole italiane da sola non basta!

Il cinese è un lingua cosiddetta tonale, cioè non è sufficiente sapere come si dice una cosa: se sbagliate a pronunciare il tono (verso l’alto o verso il basso) o l’accento, state dicendo qualcos’altro. Apprendere una lingua di questo tipo può risultare facile a coloro i quali parlano un’altra lingua tonale, come avviene in Indocina o nell’Africa sub sahariana. Predire la lenta scomparsa dell’inglese, o riaffermarne con assoluta certezza l’immanenza mi sembrano due tentativi piuttosto azzardati. In primo luogo non c’è nessuna certezza che la Cina continui a crescere così come lo sta facendo oggi. La sua economia è forte, ma in passato anche altri giganti come il Giappone hanno subito battute d’arresto quasi epocali. In secondo luogo, la storia delle lingue dimostra, da un lato, che il latino e il greco, pure enormemente diffuse come lingue del popolo, prima, e della cultura, poi, sono scomparse come lingue parlate e oggi sopravvivono, particolarmente il primo, nella bocca degli insegnanti, degli studenti, dei prelati cattolici e degli appassionati. Dall’altro, che la diffusione di una lingua non dipende dalla quantità dei parlanti, ma dalla funzione di collegamento che essa garantisce. Ieri non si poteva pensare di avviare alcun commercio senza conoscere il greco. Oggi impariamo l’inglese non perché sia più o meno semplice, ma perché ci consente di interagire con uno di New York, ma anche con uno di Nuova Delhi, una di Stoccolma e uno di Kiev. Oggi le pagine web in inglese nascono per rivolgersi a tutto il mondo, mentre quelle in cinese pur avendo una dimensione quasi continentale, restano di carattere esclusivo nei confronti dell’Occidente.

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