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“Il potere del cane”: trionfo meritato

“Il potere del cane”, di Jane Campion, ha vinto 3 Golden Globe: miglior film, migliore regia, miglior attore non protagonista.
Mi dispiace per Sorrentino, un brutto segnale per gli Oscar.
Realizzare un western che sostituisce alle pistole meandri psicologici sottili, appena accennati, fatti più di sguardi e dettagli che di azione, è un grande merito autoriale. Savage, lo scrittore dal cui libro il film prende origine, può essere contento.
Campion firma un’opera che fa della lentezza la sua cifra, quasi un contrappasso alle vite in movimento dei pionieri del west. Le Montagne Rocciose e le pianure del Montana sono il palcoscenico nudo e arso su cui gli abissi interiori di Peter, Phil, e Rose emergono.
È il 1925, non più un tempo di conquista; la legge e l’ordine sociale si sono affermati; gli indiani, a cui è stato tolto tutto dai bianchi, rimangono sullo sfondo mentre, miti, cercano di sopravvivere.
Il passo lento delle immagini è lo strumento analitico che rivela il caos dei conflitti interiori dei tre personaggi chiave: di Phil, malmostoso e rude allevatore, in lotta tra machismo e pulsione omosessuale; di Peter, efebico ragazzo, la bomba che fa deflagrare il rimosso, capace di manipolare a suo favore il bullismo subito; di Rose, donna, perciò innesco delle paure, la cui salvezza da un’esistenza difficile è la missione religiosa del figlio Peter.
Non svelerò nulla, perché “Il potere del cane” oltre all’intenzione psicanalitica ha un risvolto thriller che chiude, o forse apre, il groviglio di pulsioni che aleggiano nell’antico e bellissimo ranch. Un dubbio che rimane nel sorriso ambiguo di Peter, con cui termina il film.
Jonny Greenwood, dei miei amati Radiohead, firma la magnifica colonna sonora di paesaggi inconsci e fisici, impressi dalla fotografia di Ari Wegner, dallo sguardo magnetico (e dal bel vedere) di Benedict Cumberbatch; dalla bellezza diafana e inquietante, tra Tadzio e Norman Bates, del giovane Kodi Smit-McPhee; dalla forza debole di Kirsten Dunst.
Meritato il Leone d’argento, premio speciale per la migliore regia, a Jane Campion.
di Linda La Posta

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