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Edoardo Sanguineti e il travestimento di un addio

Di David Spiegelman
Quel che resta di Edoardo Sanguineti, scomparso giorni fa a 79 anni nella sua Genova per un aneurisma aortico, testimonia di un’esistenza fertilmente percorsa nel segno dell’amatissimo materialismo storico, secondo una visione che rendeva Marx il più postumo dei pensatori, destinato pertanto a un’inattualità gradualmente attenuata.
La letteratura, rigorosamente, era anch’essa “merce” e quindi poteva sfuggire ai canoni sociali del classismo soltanto eludendone gli schematismi consolidati, primo fra tutti l’estetismo arcadizzante che flagellava la società letteraria italiana dal primo Novecento, fino a quel Pasolini che di Sanguineti fu bersaglio prediletto, nemmeno graziato dalla scomparsa.
La messa in scena di una morte quasi grottesca, secondo i moduli del comico macabro novecentesco cari al filologo genovese, con un’attesa eccessiva al pronto soccorso dell’ospedale di Sampierdarena, accentua la sensazione straniante che Sanguineti abbia attraversato l’esistenza soltanto per demistificarne i meccanismi consuetudinari.
Nella sua produzione letteraria, ha lasciato testi che negano radicalmente l’impianto tradizionale della forma narrativa più diffusa, fino a guadagnarsi la definizione puntuale di “antiromanzo”.
 Scrisse poesie che dilagano oltre la forma convenzionale dei codici linguistici propri del verso classico, fino a rendere insufficienti perfino i moduli della normalità tipografica. Perfino nella vita di tutti i giorni Sanguineti negò dalle fondamenta il concetto corrente di intellettuale quale soggetto astratto dalla realtà comune, incaricato di formare le masse alla coscienza di classe necessaria per la rivoluzione.
La visione gramsciana, italianissimamente esasperata fino alla partenogenesi di un ceto a disagio con la realtà, era stata ridotta a concretezza da Sanguineti, che aveva scelto – con una mossa che era parsa provocatoria, intimamente dannunziana per quanto di un dannunzianesimo di segno negativo – di vivere in un quartiere dei meno comodi, la cosiddetta “Diga” di Begato, un insediamento di edilizia popolare anni Settanta che oggi testimonia – con altri esempi di utopistica teratologia architettonica come lo Zen di Palermo, il Corviale di Roma e le Vele di Scampia, per non parlare delle “Lavatrici” anch’esse genovesi – del rovinoso velleitarismo degli urbanisti magnifici e progressivi, illusi di replicare migliorativamente i falansteri del socialismo prescientifico.
Sanguineti fu beffardo e caricaturale anche nell’elezione di residenza, quasi tenendo fede alla sua maschera di uomo esile e tutt’altro che attraente, una marionetta rilkiana permanentemente appesa alla sua sigaretta. Eppure quanta scintillante intelligenza, quanto acume critico, quanta capacità di ordinare testo e contesto oltre gli stessi dettami di uno strutturalismo ancora da comprendere, quanta febbrile verve combinatoria a individuare i nessi nascosti tra le cose e le parole.
 Nella sua attività di ricercatore e docente, “malgré lui” il professore venne a incarnare quella figura di maestro che in gioventù, con i suoi compagni di marachelle del Gruppo ’63, si era divertito a sbeffeggiare. Ma se il vetriolo neofuturista di Sanguineti, Eco e Arbasino contribuì a mettere fuori gioco rispetto alla linea della critica militante una generazione di scrittori o poeti che non avevano più niente da dire, ma continuavano a dirlo, il risultato di tale deforestazione non fu all’altezza delle attese: sul piano della produzione in proprio, infatti, la neoavanguardia non ha saputo lasciare opere di spessore congruo a quello dell’elaborazione teorica.
Mentre i rivoluzionari procedevano passo dopo passo verso la contraddizione, Sanguineti affiancava alle poesie “dodecafoniche” e agli “antiromanzi” un lavoro di filologia e di critica che ne fa un punto di riferimento imprescindibile per lo studio di autori che soltanto nella sua analisi rivelano aspetti mai prima evidenziati: come un tagliatore di pietre, il professore genovese porta alla luce un Dante non già superatore del suo tempo ma intimamente “reazionario”; un Gozzano che dal salotto di Nonna Speranza e dalle buone cose di pessimo gusto trae materia di vertiginosa eversione, mentre altri aspiranti dinamitardi si baloccavano con trastulli fonetici fini a se stessi; un Pascoli che solo nella lettura di Sanguineti, devoto alla psicoanalisi di rito groddeckiano, rivela bagliori oscuri di una personalità irrisolta e complessa ben diversa da quelli dei rondinini e dei biancospini inflitti agli alunni della scuola dell’obbligo.
Sanguineti ha fatto politica da comunista, ha creduto fino in fondo nella materia e nella mortalità dell’anima, ha lasciato una lezione inevasa e forse fino in fondo non ancora compreso. Ha vissuto di parole cercando di trasformarle in cose. Quando arrivava alla fine di una poesia, sotto sotto gli dispiaceva, ecco perché non gli piaceva chiuderla con il punto.
Ecco perché, per salutarlo nel modo ch’egli gradirebbe, nulla di più congruo di un sanguinetiano “travestimento”:
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