
Che non vuol dire dotata di particolari doni morali o intellettuali, o di una parure di verità rivelate. Vuol dire, a mio modo di vedere, una persona ricca, piena di capacità di empatia e di comprensione – e come altro potrebbe essere, viste le canzoni che scriveva – una persona che sapeva dimostrare affetto e soprattutto capace di stupirsi dell’affetto che riceveva. Perché mai ho avuto l’impressione che lo ritenesse dovuto, per il solo fatto di avere scritto cose stupende ed avercele regalate.
Lo stupore, mi pare, la sua capacità di guardare il mondo con gli occhi di un ragazzino, di ridacchiare per lo zio prete che scivola sulla buccia di banana, di incantarsi di fronte alla nebbia che sale – ad Urbino, nella fattispecie – mi pare una delle doti più belle di Ivan, insieme alla sua voglia di raccontarsi e raccontare storie e favole, di preti demoniaci, fuochi sulla collina che altro non sono che fari puntati sul campo (illuso, romantico e fesso), la stessa voglia che hanno gli adolescenti di sedersi attorno al fuoco e ascoltare o affabulare, stupire, sedurre e conquistare.
Ma insieme, quello stupore, quella capacità di farsi colpire dalla bellezza, di cogliere nelle durezze del quotidiano il segno di un senso – quale Ivan non sapeva, e spesso neanch’io, ma lo vedeva, e anch’io lo vedo – questa capacità di intuire che il bello non può essere per caso, ecco, questo sì, lo fa speciale.
Sia perchè, in quello scorcio di anni settanta in cui la musica italiana – quella di cui val la pena di parlare – era divisa tra progressive e cantautorato, spesso troppo ermetico ed introspettivo (lo dico avendo amato quelle canzoni ed amandole ancora di amore imperituro), Ivan aveva aggiunto due ingredienti miracolosi che pochi altri, fino ad allora, avevano frequentato nella canzone d’autore: l’ironia e il rock. Per l’ironia, forse, anzi di certo, c’era anche Rino Gaetano. Ma per il rock, per lo meno nella canzone d’autore, c’era solo lui.

In questi anni ho visto vittorie a mani basse, per manifesta superiorità, come è stato nel caso di Angelica Lubian nel 2012, ma principalmente ho assistito a finali in cui il livello medio era buono, i musicisti tutti più o meno preparati, ma in pochi riuscivano ad avere il guizzo.
Mi fermo un attimo prima – spero – di diventare noioso e paternalista. Quest’anno il premio Pigro l’ha vinto Chiara Vidonis con Comprendi l’odio, e Adriano Tarullo e la sua Sband hanno conquistato il premio IvanCover con la loro versione di “Il prete di Anghiari“. Auguri a loro, perchè se la buona musica prende la via del mondo, è sempre un’ottima notizia.Ed è bello anche perchè lo si fa insieme a tanti amici di musica e di pensieri, che da un anno all’altro cambiano, ma poi alla fine fanno parte della stessa tribù. Duccio Pasqua ed Andrea Scanzi, i direttori artistici, e i membri della giuria: Fausto Pellegrini (Rai News 24), Elisabetta Grande (Radio1 Rai), Roberta Balzotti (GR1 Rai), Diletta Parlangeli (Il Fatto Quotidiano, Wired Italia), Mario Masi (Itali@Magazine), Gabriele Antonucci (Il Tempo), Fabio e Cristiano Furnari (Terre Sommerse), e negli anni Piji Siciliani, Nicola Sisto, Enrico de Regibus…
Detta così, sembra una cosa paludata ed istituzionale, ma per fortuna il premio si tiene in una vigna, quella delle cantine Zaccagnini, e la stanza in cui si riuniamo è piena di botti.
Perchè ci sono cose che danno gusto alla vita.

