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"Passione" che non appassiona

di Lidia Monda
 
Eppure le premesse c’erano tutte. Il sold out da oltre un mese, la cornice teatrale di tutto rispetto, la tradizione della canzone napoletana. Ma “Passione”, lo spettacolo andato in scena giovedì sera al Teatro Bellini di Napoli non è stato all’altezza delle aspettative, restando la pallida ombra dell’omonimo film di John Turturro.Bellini, loggione
L’inizio per la verità prometteva bene: le voci sensuali ed intrecciate di M’Barka Ben Taleb e Pietra Montecorvino hanno ceduto agevolmente il passo a Monica Pinto con nacchere e ritmi ancestrali, memoria storica di balli campestri e tarante propiziatorie per il raccolto. Ma è  stato il tridente maschile a risultare vagamente spuntato, con Raiz e Gennaro Cosmo Parlato sotto voce e sotto tono e James Senese, indiscutibile mostro sacro del jazz partenopeo, costretto nel ruolo troppo angusto di testimone a imperitura memoria del compianto Pino Daniele.
Il pubblico è caloroso  e accogliente. M’Barka Ben Taleb, pelle d’ambra e criniera dorata, è uno schianto in seta rossa mentre intona Lune Rouge, versione francese di Luna Rossa, per poi passare alla lingua araba, che scorre sotto la pelle di tutti i mediterranei, e cantare una versione esotica di “O sole mio” in coppia con Gennaro Cosmo Parlato, a cui lascia il gran finale. Il pubblico è compresso, cerca la liberazione di un applauso che infine concede più per generosità che per merito, alle ultime note della celebre canzone.
I duetti si susseguono, Raiz e Pietra Montecorvino liberano finalmente un po’ di energia con Nun te scurdà , la brava Monica Pinto duetta col primo violino,  ma poi lo spettacolo ripiega verso una tiepida medietà interpretativa, con qualche sprazzo di brio affidato ancora una volta solo alla parte femminile.
Infine entra Senese.
“Jamesiello”, nero a metà. Il sound nitido del sax riempie finalmente il teatro di note limpide, fluide, suadenti. Arrivano fin sul loggione a infrangersi in pienezza, senza far schiuma.
Chi tene ‘o mare, Bella ‘mbriana,  Notte che vene, Terra mia.
Stappa un Pino Daniele d’annata, James Senese, da intenditori. Spettava a lui, in fondo, aprire al ricordo, che poi ha legato a doppio filo tutti gli altri interpreti. E andrebbe anche bene, a patto però che una figura così ingombrante come il cantautore scomparso, resti sempre a latere di uno spettacolo che nelle iniziali intenzioni di Turturro, del tutto smarrite per la strada,  doveva essere un omaggio alla città e alla sovrapposizione di tutte quelle definizioni  che cercano invano di catalogarla.
Invece, al posto di una contaminazione di generi, abbiamo avuto un unico genere mediamente contaminato. E allora finanche Pino Daniele, che doveva essere semplice base per far buona musica, reinventando, scomponendo, riassemblando ciò che l’artista ha dato alla città, è stato inglobato in quell’idolatria fanatica che lo stesso cantautore detestava e che invece, per ironia della sorte, lo ha fagocitato, aggiungendolo al rosario laico di Totò, Troisi e De Filippo. Ed è un peccato. Perché in tal modo tutto perde di poesia e persino l’omaggio al grande artista sembra una scelta strumentale e un po’ gigiona di chi vuole vincere facile senza rischiare troppo.
Arrivano gli ultimi accordi. Napul’è. E la riconosci subito che è lei e ti prepari ad accoglierla come si deve, con quel misto di intimità e deferenza che le spetta. Ma se la chiosa finale, parlata e non cantata, è “ Napule è ‘na carta sporca, e nisciuno se ne importa”, allora il guizzo dell’originalità va a farsi benedire e persino Pino Daniele diviene specchio di vecchia retorica e melenso cliché di cui mai ci libereremo.

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