Questo intervento è stato letto dall’autrice durante il Forum dal tema Etica della parola organizzato da Formafluens international Literary Magazine.
Sto leggendo in questi giorni un saggio di Rob Riemen1 sulla “nobiltà di spirito” ovvero sul concetto di Etica da Socrate a Spinoza, partendo dalle conclusioni tratte da Thomas Mann nell’ultima parte della sua vita ed espresse ne “La montagna incantata”, capolavoro della letteratura europea del Novecento e simbolo di quel tormento interiore che investì Mann durante l’ascesa del nazismo e degli altri totalitarismi.
Etica che non equivale a morale, e questo voglio sottolinearlo e ribadirlo perché non sono affatto termini intercambiabili e non è sottile e marginale la differenza tra le due.
La morale non è altro che la degradazione dell’etica, una sua versione impoverita e negletta, vuota di contenuti, miserevole, una coperta ipocrita, una forma di controllo sociale, la negazione della libertà individuale.
E mentre l’etica si basa sulle qualità migliori dell’essere umano e aspira a grandi ideali, la morale impone comportamenti socialmente accettabili nascondendo sotto il tappeto ciò che la società in cui si è immersi non condivide. La morale è lo sforzo della società a imporre le proprie regole, è l’abuso di potere della società sul singolo, con l’obiettivo di mantenere l’ordine e la consuetudine stabilita. È la società a decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato, o per dirla in altri termini: ciò che è morale da ciò che è immorale.
Non è il singolo, è la società.
È la società a decidere per sua convenienza.
L’etica, al contrario, è figlia della libertà. E della Ragione.
L’etica proviene da ciò che l’essere umano possiede di più grandioso: la mente. L’etica è sorella della responsabilità e dell’amore.
Stabilisce ciò che è buono e giusto per noi e per gli altri. L’etica aspira all’ideale umanista del perfezionamento interiore: a quel Buono, Giusto, Bello, Vero che l’arte e la spiritualità perseguono per vie differenti e con differenti risultati.
Etico è ciò che ha a che fare con la dignità dell’essere umano: rispetto per il divino, per il mondo, per il prossimo, per sé stessi.
Etica è ciò che Pico della Mirandola nel suo stupendo trattato “De hominis dignitate” assegnava all’uomo come ideale: non essere né angelo né bestia, bensì sii dignitosamente Uomo.
“Non fare agli altri ciò che non vuoi venga fatto a te” afferma Gesù. E nella semplicità di questo concetto, che nasce prima di Cristo e che lui semplicemente ripete, si cela il significato e la direzione corretta dell’agire umano. Spinoza aggiunge e specifica: l’uomo è Dio per l’altro uomo. Onorare e rispettare gli altri come fossero Dio stesso.
E come arrivare dunque a conoscere il proprio bene e quello degli altri?
Sul tempio di Apollo a Delfi vi erano incise due massime:
Conosci te stesso (γνώθι σαυτόν) e Nulla di troppo (μηδὲν ἄγαν).
Conoscendo noi stessi arriviamo a scoprire qual è il nostro Sommo Bene e di conseguenza ciò che ci renderebbe esseri umani completi e realizzati. Quel nulla di troppo non sta a significare che moderazione nelle passioni umane.
Qualche tempo dopo Gregorio di Nissa dirà:
“Se vuoi conoscere Dio, devi prima conoscere te stesso: parti dalla comprensione di te stesso, dal tuo modo di essere, dal tuo intimo. Entra, sprofondandoti in te stesso, scruta nella tua anima, per individuare la sua essenza e vedrai che tu sei fatto a immagine e somiglianza di Dio”.2
E questo Dio è lo stesso Dio di Spinoza: un dio chiamato Libertà, Verità.
E questo Dio non è un Dio che concepisce il peccato come lo intende il cattolicesimo.
Il significato originario della parola peccato è “fallire il bersaglio”.
Fallire il bersaglio, non realizzare il progetto a cui ognuno di noi è chiamato: questo è il peccato. Ma non è disubbidire a Dio? Vi chiederete. Dipende che significato diamo a “ubbidire.” Se possiamo conoscere il volere di Dio ascoltando noi stessi, ubbidire a Dio significa ascoltare profondamente noi stessi.
“Dì un po’: com’è che tu misuri il cosmo e i limiti della terra,
tu che porti un piccolo corpo formato da poca terra?
Misura prima te stesso e conosci te stesso,
e poi calcolerai l’infinita estensione della terra.
Se non riesci a calcolare il poco fango del tuo corpo, come puoi conoscere la misura dell’incommensurabile?”
(Antologia Palatina, XI 349)
Cos’è il peccato?
Non è peccato invocare la benedizione di Dio sul tuo esercito o scrivere “Dio è con noi” sulle fibbie della cintura, come fecero le SS? Vedete il peccato? La follia? Non è peccato uccidere dei musulmani in nome di Dio, e uccidere dei cristiani in nome di Allah? Quale Dio è questo? Il Dio della ragione? Il Dio della Verità?
È peccato non ascoltare il proprio cuore quando ci parla e ci indica la strada, anche se non è condivisa dagli altri.
Goethe ci parla di etica e morale nel Faust, quando Margherita viene chiamata meretrice dal fratello perché agli occhi della società del tempo amare un uomo fuori dal matrimonio era considerato immorale. Ma è mai l’amore immorale? E quando produce dolore agli altri cos’è?
Margherita si lascia morire e impazzisce a causa della società che giudica quel figlio che ha nel grembo il frutto del peccato.
Faust cerca di salvarla ma lei si contorce nel senso di colpa: a causa sua e del suo “amore” sono morti sia la madre che il fratello. Dunque?
Goethe fa decidere a Dio, non alla società, se Margherita andrà in paradiso o all’inferno. E qui non è la Morale che decide ma l’Etica: l’anima di Margherita è salva, innocente, pura. Dio la salva e la prende con sé poiché nessuna colpa, nessun peccato la macchia, per aver creduto al proprio cuore. Dio è Verità, non Morale. Anche Faust ascenderà al Paradiso, nonostante Mefistofele dopo averlo fatti ripetutamente peccare tenti infine di portare via la sua anima. Perché, come Faust dice prima di morire: “Merita libertà e vita solo colui che se la deve ogni giorno conquistare!». Colui che lotta con sé stesso per giungere alla Verità.
Come dice Maria Zambrano “la fedeltà alla vita è un’infedeltà alla morale”. La morale tenta di soffocare ogni diversità, ogni spinta vitale che muove dal cuore e dallo spirito umano. È il legaccio col quale la società cerca di controllare i suoi membri.
Nulla di troppo (μηδὲν ἄγαν), era scritto sul portale di Delfi ma fu la conclusione cui giunse anche Baruch Spinoza, a cui giunse Goethe, a cui giunse Thomas Mann. E, secoli prima, a cui giunse Siddharta Gautama il Buddha.
Nel Dhammapada è scritto: “Chi vive come se le cose del mondo fossero Pure, senza limite, con i sensi non controllati, con l’appetito non moderato, pigro e debole, sarà sopraffatto dai tormenti, come un albero malato ed esile scosso dal vento.”
Ma cosa permette di distinguere il giusto dall’ingiusto? Il bello dal brutto? Il cattivo dal buono? L’equilibrio dallo squilibrio?
La mente. Una mente illuminata.
Questo diceva Spinoza.
Questo diceva il Buddha.
“Chi conosce che il reale è reale,
chi vede l’irreale come irreale,
questi giunge alla realtà
e vive nel regno
del retto pensiero.”3
Vivere eticamente è seguire la Verità, quella del proprio cuore e del proprio Sé, senza farsi travolgere dagli istinti bassi, dalle pulsioni animali, dal desiderio incontrollato. L’uomo, come diceva anche Pico, può degradare allo stato bestiale seguendo le proprie incontrollate pulsioni privo del controllo su sé stesso, oppure aspirare non tanto alla santità bensì alla piena umanità, a quella hominis dignitate che rende ognuno di noi l’essere migliore che può essere.
Autocontrollo e compassione sono gli strumenti di questa fucina in cui realizzare noi stessi. Coltivare una mente disciplinata, anche attraverso la meditazione. Verità e Bellezza a guida di ogni azione compiuta.
L’essenza della libertà non è che la dignità umana, la nobiltà di spirito.
È semplice vivere eticamente?
Affatto.
Ma, conclude Spinoza alla fine del suo trattato: “Sed omnia precari tam difficili, qual rara sunt“4
Tutte le cose eccellenti sono tanto difficili quanto rare.
Come l’Amore, la Verità, la Bellezza, la Libertà.
Concludo con le parole di Sri Aurobindo, poeta, filosofo e mistico indiano dei primi del Novecento che si batté per l’indipendenza dell’India.
“Il cammino è un cammino di gioia perché ciò che ti attira è anche tuo compagno di viaggio ed il potere di arrampicarti ti è stato dato perché tu possa giungere alle tue stesse sommità.
[…] Disse bene colui che, intravedendo la verità attraverso il velo e scambiandolo per il vero volto, affermò che il tuo scopo è divenire te stesso; giustamente disse anche che è nella natura dell’uomo trascendere sé stesso. […] Sii libero in te stesso e perciò libero nella mente, nella vita e nel corpo. Perché lo Spirito è libertà. [ndr. libertà anche dal proprio ego, dalle pulsioni, dal desiderio che rende schiavi] Sii uno con Dio e con tutti gli esseri; vivi nel tuo sé e non nel tuo piccolo ego. Perché lo Spirito è unità. […] Vivere nell’Essere divino e lasciare che la coscienza, la gioia, la volontà e la conoscenza dello Spirito prendano possesso di te, questo è il senso, il significato. Questa è la tua trasfigurazione sulla montagna. È scoprire Dio in te stesso e riconoscerlo in ogni cosa. Vivi nel suo essere; risplendi della sua luce; agisci con il suo potere e gioisci della sua gioia. Sii quel Fuoco, quel Sole e quell’Oceano. Sii quella gioia, quella grandezza e quella bellezza.”5
1 Riemen Rob, La nobiltà di spirito, Rizzoli, 2010
2 Gregorio Di Nissa (attribuito a), Trattato Ad imaginem Dei et ad similitudinem
3 Dhammapada
4 Spinoza Baruch, Etica, Laterza, 2017
5 Sri Aurobindo, L’ora di Dio, Sri Aurobindo Ashram, 20023


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