La lingua non è apolitica. Non lo è mai stata e oggi meno che mai. Tuttavia, riconoscere la sua dimensione politica non significa ridurla a un governo, a un regime o a una guerra.
Il 6 giugno si celebra la Giornata della Lingua Russa, una ricorrenza istituita dalle Nazioni Unite in onore della nascita di Aleksandr Puškin, considerato il padre della letteratura russa moderna. Eppure oggi il russo è probabilmente una delle lingue più controverse del panorama internazionale. Dall’invasione su larga scala dell’Ucraina nel 2022, è diventato per molti un simbolo associato all’aggressione militare e alle ambizioni imperiali del Cremlino. In diversi contesti, parlarlo o studiarlo viene percepito non semplicemente come una scelta linguistica, ma come una presa di posizione politica.
Eppure la realtà è molto più complessa
Dal Russkij Mir alla geopolitica della lingua
Non si può negare che le lingue siano spesso strumenti di potere. Dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, e con particolare intensità dagli anni Duemila, il Cremlino ha sviluppato una visione della lingua russa come elemento centrale della propria influenza nello spazio post-sovietico. Questa idea ha trovato espressione nell’ideologia del Russkij Mir (“Mondo Russo”), secondo cui tutti coloro che condividono la lingua e la cultura russa apparterrebbero a una stessa comunità storica e civile, indipendentemente dai confini nazionali.
In questa prospettiva, Mosca si attribuisce una responsabilità particolare nei confronti delle popolazioni russofone residenti all’estero. La tutela della lingua diventa così uno strumento politico e, in alcuni casi, una giustificazione geopolitica. È una dinamica che il mondo ha osservato in Georgia nel 2008 e successivamente in Ucraina a partire dal 2014.
La lingua smette quindi di essere soltanto un mezzo di comunicazione e diventa una categoria strategica. Non sorprende che molti ucraini guardino con sospetto la presenza della lingua russa nello spazio pubblico: per decenni Mosca ha utilizzato l’esistenza di comunità russofone come argomento politico, trasformando una realtà linguistica in una questione di sicurezza nazionale.
La guerra che ha smentito il Cremlino
Tuttavia, fermarsi a questa lettura significa ignorare uno dei paradossi più evidenti emersi proprio durante la guerra.
Se il Cremlino sostiene che tutti i russofoni appartengano in qualche modo al “mondo russo”, la realtà del conflitto dimostra il contrario. Milioni di cittadini ucraini parlano o hanno parlato russo come prima lingua. Molti dei soldati che combattono contro l’esercito russo provengono da regioni storicamente russofone. Città come Kharkiv, Odessa e Zaporižžja mostrano chiaramente come lingua e identità politica non coincidano necessariamente.
La guerra ha reso evidente ciò che spesso era stato ignorato: parlare russo non significa essere filo-russi.
Anzi, proprio l’invasione ha contribuito a separare ulteriormente la lingua dall’appartenenza politica. Migliaia di cittadini ucraini continuano a utilizzare il russo nella vita quotidiana pur opponendosi con decisione all’aggressione russa e rivendicando la propria identità nazionale.
Il russo contro Putin
La separazione tra lingua e potere emerge anche all’interno della stessa Russia.
Negli ultimi anni giornalisti, attivisti e cittadini russi sono stati perseguitati per aver definito la guerra una guerra. Le leggi sulla censura introdotte dopo il 2022 hanno trasformato parole apparentemente semplici in atti di dissenso. Chiamare l’invasione con il suo nome, criticare l’esercito o diffondere informazioni indipendenti può comportare pesanti condanne.
In questo contesto, il russo è diventato anche la lingua della resistenza al regime. Molti oppositori hanno continuato il proprio lavoro dall’esilio, mentre altri hanno pagato con il carcere la scelta di esprimersi liberamente. Aleksej Navalny citava spesso autori della tradizione letteraria russa per criticare la guerra e l’autoritarismo, dimostrando come quella stessa eredità culturale possa essere utilizzata tanto dal potere quanto contro di esso.
Emblematico è il caso del deputato Aleksej Gorinov, condannato per aver definito il conflitto una “guerra” anziché una “operazione militare speciale”. In queste circostanze le parole non descrivono semplicemente la realtà: diventano terreno di scontro politico.
Esiste inoltre un vasto ecosistema di media indipendenti, giornalisti e intellettuali russi che operano all’estero. Attraverso testate come Meduza e altri progetti in esilio, la lingua russa viene utilizzata per decostruire la propaganda del Cremlino e raggiungere milioni di lettori. In questo senso, il russo sta progressivamente imparando a esistere anche oltre lo Stato che per secoli ha cercato di definirlo.
Il Cremlino non sta soltanto usando la lingua come strumento verso l’esterno; sta anche cercando di controllarla, deformarla e censurarla al proprio interno. Ridurre il russo a Vladimir Putin significa ignorare una parte significativa della realtà contemporanea.
Possiamo giudicare una lingua?
Questa riflessione apre una questione più ampia.
Se una lingua dovesse essere giudicata esclusivamente attraverso le azioni dello Stato che la utilizza o la promuove, allora dovremmo applicare lo stesso criterio anche ad altre lingue globali. L’inglese dovrebbe essere valutato alla luce delle guerre combattute dagli Stati Uniti o dell’eredità dell’Impero britannico? Il francese dovrebbe essere identificato con il colonialismo francese? Lo spagnolo e il portoghese con la storia delle conquiste coloniali?
Probabilmente no.
Le lingue sopravvivono ai governi, attraversano i confini e vengono continuamente reinterpretate da chi le parla. Appartengono alle persone molto più di quanto appartengano agli Stati.
Una lingua necessaria
Mentre il dibattito pubblico spesso cede alla polarizzazione, le istituzioni internazionali mantengono un approccio più pragmatico. Il russo resta una delle sei lingue ufficiali delle Nazioni Unite e continua a svolgere un ruolo centrale in numerose organizzazioni internazionali.
Ma soprattutto, rappresenta uno strumento fondamentale per comprendere e monitorare ciò che accade nello spazio post-sovietico. Analisti, giornalisti, ricercatori e istituzioni giudiziarie utilizzano quotidianamente la lingua russa per raccogliere informazioni, analizzare documenti, verificare dichiarazioni e ricostruire responsabilità.
Paradossalmente, comprendere il russo è oggi una delle condizioni necessarie per contrastare in modo efficace la propaganda e le azioni del Cremlino.
Oltre gli stereotipi
Nel giorno dedicato alla lingua russa vale la pena ricordare una distinzione fondamentale: le lingue appartengono alle persone, non ai governi.
Il russo può essere usato per giustificare una guerra, ma anche per denunciarla. Può servire alla propaganda, ma anche alla sua decostruzione. Può essere la lingua del potere, ma anche quella della dissidenza.
Studiarlo oggi non significa avallare una causa politica. Significa comprendere una realtà che continua a influenzare la sicurezza europea e il sistema internazionale. Rinunciare a questa conoscenza non indebolirebbe il potere russo; indebolirebbe soltanto la nostra capacità di interpretarlo.
di Martina Masi

