Perché due persone, di fronte agli stessi fatti, arrivano a conclusioni politiche opposte? Quanto pesano il ragionamento, le emozioni e l’identità nelle nostre scelte? E le neuroscienze possono davvero aiutarci a comprendere la crescente polarizzazione che attraversa le democrazie contemporanee?
Con Nausica Cangini, specialista in neuropsicologia clinica, psicoterapeuta cognitivo comportamentale, professore di Psicologia Cognitiva presso Università degli Studi Guglielmo Marconi, esploriamo uno dei campi di ricerca più affascinanti degli ultimi anni: la neuroscienza politica. Un viaggio tra cervello, bias cognitivi, rabbia, disinformazione e pensiero critico, per capire come nascono le convinzioni politiche e perché, spesso, cambiare idea è molto più difficile di quanto immaginiamo.
Quali meccanismi concorrono nella formazione delle nostre convinzioni politiche?
Le convinzioni politiche non si costruiscono tramite un singolo meccanismo, ma dall’interazione di più variabili, ci sono diversi processi cognitivi coinvolti, emozioni, valori personali e sicuramente anche l’esperienza sociale e personale.
Per molto tempo si è pensato che le persone scegliessero le proprie idee politiche principalmente attraverso un ragionamento razionale. Oggi sappiamo che il processo è più complesso. Le nostre convinzioni sono influenzate dal modo in cui elaboriamo le informazioni, dai bias cognitivi, dalle emozioni che proviamo di fronte a determinati eventi e dai gruppi con cui ci identifichiamo.
Un ruolo importante è svolto anche dai valori. Due persone possono osservare lo stesso fenomeno sociale e arrivare a conclusioni differenti perché attribuiscono un peso diverso a principi come sicurezza, libertà, uguaglianza, responsabilità individuale o tradizione. I valori funzionano come una sorta di bussola interpretativa della realtà.
La politica, in questo senso, non riguarda soltanto ciò che pensiamo, ma anche ciò che riteniamo importante.
Esiste una “predisposizione” neurologica verso certe idee politiche?
Le neuroscienze ci suggeriscono che potrebbero esistere alcune predisposizioni individuali che influenzano il modo in cui percepiamo e interpretiamo il mondo politico, ma è importante chiarire che predisposizione non significa “determinazione”.
La cosiddetta “neuroscienza politica” nasce proprio con l’obiettivo di comprendere come le differenze individuali nei processi cognitivi ed emotivi possano contribuire alla formazione degli atteggiamenti politici. In altre parole, non studia quali idee siano giuste o sbagliate, ma come le persone arrivino a svilupparle.
Alcuni studi hanno osservato differenze statistiche nell’attività di circuiti cerebrali coinvolti nell’elaborazione della minaccia, dell’incertezza, del conflitto cognitivo e del controllo delle emozioni. Ad esempio, individui con orientamenti politici differenti sembrano reagire in modo diverso a stimoli percepiti come rischiosi o destabilizzanti. Questo ha portato alcuni ricercatori a ipotizzare che determinate sensibilità neurocognitive possano favorire una maggiore attenzione alla sicurezza, alla stabilità o, al contrario, all’apertura verso il cambiamento e la novità.

Si può parlare di “cervello conservatore” e “cervello progressista“?
Sarebbe un errore interpretare questi risultati come la prova dell’esistenza di un “cervello conservatore” o di un “cervello progressista“. Le differenze osservate sono modeste, probabilistiche e fortemente influenzate dall’ambiente. Le idee politiche si formano infatti attraverso l’interazione continua tra predisposizioni individuali, esperienze di vita, contesto culturale, educazione e appartenenze sociali.
In questo senso, le neuroscienze non ci dicono per chi voterà una persona, ma ci aiutano a comprendere perché individui diversi possano reagire in modo differente agli stessi eventi politici. Il loro contributo più importante non è spiegare le ideologie, ma comprendere i processi cognitivi ed emotivi che stanno alla base delle scelte politiche.
Le neuroscienze possono aiutarci a comprendere l’aumento della polarizzazione politica nelle democrazie contemporanee?
Sì, ma forse in modo diverso da quanto si immagina.
Spesso si pensa che la polarizzazione derivi semplicemente da differenze ideologiche sempre più profonde. In realtà, la ricerca suggerisce che il problema riguarda soprattutto il rapporto tra identità ed elaborazione delle informazioni.
Quando una convinzione politica diventa parte della nostra identità, tendiamo a difenderla non soltanto perché la consideriamo corretta, ma perché percepiamo ogni critica come una minaccia personale.
I social network amplificano questo fenomeno. Gli studi mostrano che la disinformazione politica suscita meno elaborazione analitica e più reazioni emotive, in particolare rabbia e ostilità. Questo favorisce il consolidamento delle appartenenze identitarie e riduce la disponibilità al confronto.
Allo stesso tempo, è importante evitare semplificazioni. Alcuni lavori recenti mostrano che il ruolo dell’ideologia nella formazione delle credenze può essere meno centrale di quanto spesso si sostiene e che conoscenza scientifica e capacità di ragionamento mantengono un peso importante.
Tra paura, rabbia e speranza, quale emozione esercita oggi la maggiore influenza sulle scelte politiche?
Se dovessi indicarne una, direi la rabbia.
La paura tende a orientare verso la ricerca di protezione e sicurezza. La speranza mobilita verso progetti e cambiamento. La rabbia, invece, genera energia politica immediata.
Molte campagne contemporanee, indipendentemente dal colore politico, cercano di attivare la percezione di un’ingiustizia, di una minaccia o di una frustrazione collettiva. Questo perché la rabbia aumenta la motivazione all’azione e alla partecipazione.
Il rischio è che, quando la rabbia diventa l’unica chiave di lettura della realtà, diminuiscano la complessità del ragionamento e la capacità di considerare prospettive diverse.
Non a caso le ricerche sulla disinformazione online mostrano che i contenuti più polarizzanti tendono ad essere associati proprio a emozioni come rabbia e indignazione.
Il pensiero critico è una competenza che si può insegnare?
Non solo si può insegnare: probabilmente rappresenta una delle principali sfide educative delle democrazie contemporanee.
Una delle evidenze più interessanti della letteratura recente è che le persone con maggiore alfabetizzazione scientifica e anche emotiva aggiungerei, con migliori capacità di ragionamento tendono ad aderire più facilmente a posizioni supportate dalle evidenze empiriche. Questo effetto risulta spesso più forte dell’appartenenza ideologica.
Tuttavia il pensiero critico non coincide con l’accumulo di informazioni.
Pensare criticamente significa riconoscere i propri bias, valutare le fonti, distinguere fatti da interpretazioni e tollerare l’incertezza senza rifugiarsi immediatamente in spiegazioni semplici.
La vera educazione democratica non consiste nell’insegnare alle persone cosa pensare, ma nel fornire loro gli strumenti per interrogarsi continuamente sulle proprie convinzioni.
intervista di Mario Masi

