HomeCultura&SpettacoloChiaré racconta il nuovo album "Sei", tra radici e contemporaneità

Chiaré racconta il nuovo album “Sei”, tra radici e contemporaneità

A due anni dall’album d’esordio, Chiaré torna con “Sei“, un lavoro che già dal titolo racchiude il cuore della sua ricerca artistica.

Cantautrice e contrabbassista salernitana, laureata in canto jazz e vincitrice della diciannovesima edizione del Premio Bianca d’Aponte, Chiaré per questo nuovo progetto si è affidata alla produzione di Pasquale Strizzi, costruendo un suono personale che guarda tanto alle radici quanto alla contemporaneità.

Tra brani in italiano e in napoletano, “Sei” attraversa luoghi ed emozioni: Salerno, città d’origine, e Roma, città d’adozione, diventano scenari di storie d’amore, attese, fragilità e desiderio di cambiamento. La riflessione sulla condizione femminile attraversa il disco con discrezione ma profondità, alternando momenti di denuncia a immagini di rinascita e speranza, come accade in “Jesce Sole“, scritta e interpretata insieme a Gnut.

Non manca un omaggio a Pino Daniele con una rilettura essenziale e intensa di “Core Fujente“, un tributo che si inserisce nel percorso di dialogo dell’artista con l’eredità del grande cantautore napoletano.

Abbiamo incontrato Chiaré per parlare di questo nuovo lavoro, del significato dell’essere oggi, del rapporto con le proprie radici e di una musica che sceglie di raccontare la complessità senza rinunciare alla delicatezza.

“Sei”.Come nasce questo titolo?

Chiarè

Nasce dal numero di tracce e di giorni in studio impiegati per realizzare il disco. Sei oltre ad essere un numero è una parola: seconda persona del verbo essere, dunque un attenzione all’altro, un riconoscere l’altro perché quando noi diciamo “tu sei” riconosciamo l’altro e il senso di questo album è tutto qui, infatti non è autobiografico come il primo ma più rivolto alle storie di altri.

La tua musica mette insieme jazz, tradizione popolare, elettronica e canzone d’autore. E’ ancora possibile fare musica senza essere condizionati dagli algoritmi, senza perdere il contatto con l’emozione?

Assolutamente sì, il giorno che smetterò di emozionarmi non starò più facendo musica. Non tutti hanno questa visione purtroppo, come non tutti per fortuna non si lasciano ingannare da musica confezionata e priva di anima

Affrontare un brano come “Core Fujente” significa confrontarsi con un’eredità enorme. Cosa ti ha spinto a scegliere proprio questa canzone?

Mi ha spinto il voler provare innanzitutto a fare qualcosa di diverso, una cover non scontata ma legata allo stesso tempo a qualcosa di profondo a qualcosa che facesse parte della mia storia. L’infanzia è il periodo più importante della nostra vita e Core Fujente è un brano di Pino Daniele che ha accompagnato quel periodo.

C’è un brano del disco che ti ha sorpresa mentre lo stavi scrivendo?

Sì, Int’o silenzio. È un brano che è arrivato, il testo, non è legato a nessuna mia situazione attuale sentimentale. In contemporanea avevo deciso di registrare una mia zia cantora della Madonna di Materdomini. Poi una volta arrivati in studio mi venne l’idea di unire le due cose inserendo il canto della madonna (al centro di feste pagane, unica via di uscita di una donna all’epoca) all’interno del brano che infondo parla di lei e di condizione femminile.

Qual è l’aspetto dell’esperienza femminile che senti meno rappresentato nella musica contemporanea?

Vedo un piccolissimo miglioramento e voglio affidarmi a quello, cerco di rimanere postiva sul discorso spazio alle donne nella musica anche se c’è ancora molto lavoro da fare.

Se “Sei” fosse una stanza, che luce avrebbe?

La luce di una giornata di sole estiva nella controra di un paesino silezioso.

 

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