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Morire per Bengasi? No, grazie

di Francesco Corbisiero

E così fu guerra, guerra alla Libia. Già, guerra ALLA Libia, non guerra IN Libia. Il cambio di preposizione può sembrare una variazione di sfumatura, ma nasconde in sé l’ideologia alla base degli attacchi militari occidentali degli ultimi anni, dal Kosovo in poi. Facciamo la guerra per un popolo in quella zona, non combattiamo quel popolo e nemmeno le sue legittime aspirazioni agli ideali di libertà e democrazia, nascondendo così l’ingerenza perpetrata da una bomba che cade, da una ricognizione di aerei militari, dalle pressioni internazionali e dall’isolamento di una nazione, dagli embarghi militari e non. Scene già viste, parole già sentite, termini già usati, metodi ben pianificati e collaudati in passato. Il fine ultimo, lo stesso. Ma a chi appoggia l’intervento della Nato a supporto dell’opposizione alla tirannia libica dite che quello è solo un pretesto e che, se anche il motivo vero fosse quello, non si combatte il male compiendo altro male.



L’unica posizione possibile in questo conflitto per chi vuol salvare un minimo di decenza e buonsenso è scegliere di non parteggiare, pur consapevoli che chi è assente non ha mai ragione: né coi caccia francesi e americani, né col fanatismo del Rais. Se si deve scegliere tra una coalizione di superpotenze che, con la scusa di tutelare gli interessi di una parte in lotta nel bel mezzo di una guerra civile, dirime con la forza una situazione altrimenti risolvibile e non aspetta altro che raccogliere i frutti (in materia di approvvigionamenti economici ed energetici) di tanto zelo per favorire un cambio di regime, e una dittatura che sopprime il dissenso, limita la libertà e scatena un conflitto tra la gente che dovrebbe governare, è meglio chiamarsi fuori, come ha fatto la Germania della Cancelliera Merkel, onde evitare discutibili voltafaccia e cambi di casacca vari ed eventuali. Meglio non avere ragione che giocarsi la dignità.

Così non ha deciso il governo italiano, amico fraterno di Gheddafi, accolto con tutti gli onori nel nostro Paese, salvo dare lezioni di diritti umani a folle di signorine reclutate per l’occasione e sbeffeggiarci mettendo in bella mostra l’immagine di Omar El Muktar, patriota libico che combattè contro l’occupazione italiana della sua patria, catturato e impiccato da Rodolfo Graziani nel 1931, per ricordare ai posteri che ‘italiani brava gente’ è nient’altro che una frase fatta. Uno smacco che non abbiamo voluto e saputo evitare. Era un’amicizia insana quella tra Berlusconi e il Colonnello, un rapporto scomodo, controverso e non alla pari in cui l’Italia ha sacrificato sugli altari di una presunta realpolitik un prestigio già duramente minato dalle relazioni pericolose con la Russia di Putin e dalla visita del Presidente del Consiglio alla Bielorussia ( isolata dal resto del mondo) di un altro tiranno, Alexandr Lukashenko: il tutto messo nero su bianco dai cablaggi riservati delle ambasciate americane e reso pubblico da WikiLeaks.

Bisogna sicuramente difendere l’indipendenza e l’autonomia della nostra politica estera rispetto alla scelte generali, non siamo ma stati, dai governi Moro ed Andreotti in poi, un Paese a vocazione atlantista (abbiamo un ruolo cardine nel Mediterraneo, fungiamo da ponte tra l’Europa e l’Africa, con tutti i rischi e le opportunità che ne conseguono), ma a tutto c’è un limite. Avviare rapporti diplomatici tanto intensi da risultare compromettenti agli occhi dei nostri partner storici con un vecchio pazzo sulla cresta di quell’onda chiamata ‘potere’ da 42 anni grazie a repressioni poliziesche, è stato un azzardo che ha prima pagato e infine rivelato, se ce ne fosse stato ancora il bisogno, il pressappochismo e l’incompetenza dei vertici della Farnesina. Il trattato Italia-Libia ci ha portato indiscutibili vantaggi in termini economici e non ultima la chiusura di un contenzioso storico protrattosi per lungo tempo, ma si sta rivelando in questo momento un cappio intorno al collo della nostra credibilità. Un cappio troppo stretto. E’ troppo chiedere una diplomazia che oltre che dalle contingenze economiche sia caratterizzata anche e soprattutto da una comunione d’intenti reciproca e spontanea tra gli stati?



Ora che qualcun altro si appresta a prendere il nostro posto noi ci schieriamo allegramente, buttando a mare la realpolitik tanto sbandierata, con le potenze occidentali, mostrando la nostra politica estera per quello che è: debole, imbelle, disonorevole. E il ministro Frattini dovrebbe porsi qualche domanda su quanto sia opportuno rimanere al suo posto, possibilmente senza autoassolversi. Questo è il nostro atteggiamento: in silenzio subire gli affronti di Gheddafi per gli interessi che a lui ci hanno legato, in silenzio accettare di combattere l’alleato di un tempo, ora in disgrazia, perdendo i nostri interessi per non perdere la faccia. Un copione già messo in scena. Tu chiamala, se vuoi, prostituzione internazionale.

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