Nel suo saggio Ordine Zero. Il ritorno della forza e il fallimento delle istituzioni globali, Paolo Cappelli propone una lettura lucida e inquietante del presente: le regole dell’ordine internazionale esistono ancora, ma sempre più spesso non riescono a vincolare chi detiene il potere. Dalla guerra in Ucraina alle tensioni in Medio Oriente, il libro analizza le crepe di un sistema nato dopo il 1945 e oggi messo alla prova da conflitti, rivalità e nuove ambizioni geopolitiche.
Fin dalle prime pagine emerge con chiarezza la tesi centrale dell’autore: non stiamo vivendo una semplice crisi del sistema internazionale, ma il passaggio a una nuova fase storica, in cui le regole esistono formalmente ma perdono progressivamente la loro capacità vincolante.
In questa intervista, l’autore riflette sulle cause di questa trasformazione e sugli scenari possibili per il futuro.
Da dove nasce l’idea di “Ordine Zero”?
Nasce da una mattina precisa: le 5 e 52 del 24 febbraio 2022, ora di Kiev.
Quel giorno, il paese accusato di violare il diritto internazionale usò il proprio seggio permanente al Consiglio di Sicurezza per bloccare qualsiasi risposta del sistema. Non era un paradosso imprevedibile — era una contraddizione scritta nel DNA dell’ordine internazionale fin dal 1945. Ma quella mattina si manifestò con una chiarezza che non lasciava più spazio a interpretazioni benevole.
“Ordine Zero” non è un termine tecnico della scienza politica né del diritto internazionale. L’ho elaborato per descrivere una condizione specifica: quella in cui le regole esistono formalmente, ma vengono sistematicamente svuotate nella pratica da chi avrebbe il compito — e il potere — di farle rispettare.
Non è l’anarchia classica, il bellum omnium contra omnes. Le istituzioni ci sono. I tribunali funzionano, producono sentenze, emettono mandati d’arresto.
La forma è intatta. Ciò che si è rotto è il rapporto tra la forma e la sostanza.
Quando, secondo lei, siamo entrati davvero in questa fase?
Non c’è una data precisa, e questo è parte del problema. L’Ordine Zero si è formato gradualmente, attraverso un accumulo di precedenti lungo trent’anni.
Non solo quelli delle potenze revisioniste come Russia e Cina — è necessario dirlo senza mezzi termini — ma anche quelli delle democrazie occidentali che avrebbero dovuto essere i garanti del sistema. L’invasione dell’Iraq del 2003, priva di mandato ONU. Le extraordinary renditions e i siti di detenzione segreti della CIA. Le operazioni di droni al di fuori di qualsiasi quadro giuridico. Le sanzioni unilaterali extraterritoriali.
Quando Putin ha invocato il diritto all’autodifesa preventiva per giustificare
l’invasione dell’Ucraina, stava usando un argomento che l’amministrazione Bush aveva introdotto nella dottrina strategica americana nel 2002. Le analogie non sono identità morali — le differenze di contesto, scala e intenzione contano enormemente — ma i precedenti giuridici erano stati creati, e chi voleva usarli li ha usati. Il momento in cui siamo “entrati davvero” in questa fase è quando il principale architetto e garante del sistema ha smesso di rispettarlo in modo coerente. Non è stato il 24 febbraio 2022. Quella data ha reso il problema visibile, non lo ha creato.
È un processo reversibile o siamo ormai dentro una trasformazione
strutturale?
È la domanda centrale del libro, e le rispondo con la lucidità che mi pare
dovuta: la mia tesi è che siamo già nella seconda condizione. Non siamo in una
crisi dell’ordine internazionale. Siamo nel dopoguerra dell’ordine internazionale.
Una crisi è temporanea e reversibile: implica che il sistema reggerà, che le
regole verranno ripristinate. Un superamento di paradigma è strutturale e difficilmente reversibile: implica che siamo entrati in un’era in cui il diritto internazionale sopravvive come forma giuridica ma ha perso la capacità di vincolare i comportamenti dei potenti.
Questo non significa che il futuro sia determinato. Se la crisi dipende da
scelte politiche — e il libro argomenta che dipende essenzialmente da scelte
politiche, non da forze impersonali della storia — allora scelte diverse possono produrre risultati diversi. Il nichilismo geopolitico è sbagliato quanto l’ottimismo liberale che immaginava la storia come progresso lineare.
La lucidità sull’entità del problema è la precondizione dell’azione, non la
sua negazione.
Il libro si occupa anche di Gaza. Non rischia di essere usato strumentalmente da chi vuole equiparare Israele alla Russia?
È una domanda che mi aspettavo, ed è onesta. Le rispondo con altrettanta onestà.
Il libro parte dal 7 ottobre 2023 senza alcuna ambiguità: l’uccisione deliberata di civili, il sequestro di ostaggi, il massacro di persone prive di qualsiasi legame con le forze armate costituivano, in modo inequivocabile, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Non c’è equivalenza morale tra Israele e Hamas, né tra la democrazia israeliana e l’autocrazia di Putin.
Ma il libro non parla di equivalenza morale: parla di funzionamento sistemico del diritto internazionale. E lì la domanda è ineludibile: perché i principi di diritto internazionale umanitario invocati con forza nel caso ucraino sono stati soggetti a una valutazione molto più cauta e controversa nel caso gazawi? La stessa settimana in cui i governi occidentali esprimevano indignazione per le violazioni russe in Ucraina, esprimevano soltanto “preoccupazione” su Gaza e si opponevano ai meccanismi di accountability internazionale che avevano sostenuto entusiasticamente nel caso ucraino.
Il doppio standard non giustifica i crimini di Hamas. Non giustifica nessun
crimine contro civili. Ma un sistema normativo che applica le proprie regole a geometria variabile — rigoroso con i nemici, indulgente con gli alleati — perde la legittimità necessaria per funzionare come sistema universale. Gaza è il caso più rivelatore dell’Ordine Zero perché condensa in uno spazio ristretto tutte le contraddizioni del sistema: la norma c’è, ma non si applica; il tribunale internazionale c’è, ma viene minacciato di sanzioni; il Consiglio di Sicurezza c’è, ma viene paralizzato dal veto. Scrivere di questo non è fare il gioco di nessuno: è fare il proprio dovere intellettuale.
Come può il diritto internazionale avere ancora un potere reale e non
essere relegato a strumento retorico?
Pensando al diritto internazionale non come a un sistema di norme scritte su
carta, ma come a un sistema di aspettative reciproche tra gli Stati. Le norme funzionano nella misura in cui gli Stati si aspettano che gli altri le rispettino, e nella misura in cui le violazioni producono conseguenze sufficientemente costose da disincentivare le violazioni future. Quando la violazione non produce conseguenze — quando il più potente viola e va avanti — quel messaggio viene registrato da tutti gli attori del sistema. Non è la violazione in sé che distrugge il diritto: è l’impunità che la segue.
La risposta pratica è scomoda ma necessaria: i garanti storici del sistema — le democrazie occidentali — devono scegliere tra la coerenza e il privilegio.
Non possono invocare il diritto internazionale quando fa comodo e minacciare sanzioni contro la CPI quando applica quel diritto ai propri alleati. Questa incoerenza è il principale combustibile dell’erosione normativa. La credibilità del sistema non si restaura con i discorsi alle Nazioni Unite: si restaura con la disponibilità a subire le stesse regole che si impongono agli altri. È una scelta costosa. Ma l’alternativa — il mondo senza regole vincolanti — è più costosa ancora, soprattutto per chi è troppo piccolo per fare a meno del diritto.
Lei parla di un fenomeno di normalizzazione della violazione delle regole: quanto è pericoloso questo passaggio sul piano culturale prima ancora che politico?
Più pericoloso, forse, di qualsiasi altra dinamica descritta nel libro. E il motivo è questo: per gran parte della storia del diritto internazionale, anche chi lo violava era consapevole di farlo. L’Unione Sovietica che schiacciava la Primavera di Praga nel 1968 costruiva giustificazioni elaborate — il Trattato di Varsavia, la “minaccia al campo socialista” — in modo da riconoscere implicitamente la norma che stava infrangendo. C’era una vergogna
diplomatica reale. Quella vergogna era la prova che qualcosa di normativo era
ancora in gioco.
Quello che ho visto avanzare nell’ultimo decennio è qualcosa di diverso e di più inquietante: non soltanto la violazione delle regole, ma la perdita della percezione che le regole vengano violate. Nel libro offro due esempi concreti.
Il primo: sferrare un attacco militare mentre si è seduti al tavolo dei negoziati era, fino a pochi decenni fa, un atto percepito come una violazione pubblicamente vergognosa. Oggi viene registrato come un evento militare e analizzato nella sua dimensione tattica. La dimensione giuridica — la rottura del principio di buona fede codificato nella Convenzione di Vienna — scompare dalla narrazione pubblica. Il secondo: quando si discute di pedaggi per l’attraversamento dello Stretto di Hormuz senza che nessuno usi la parola giuridicamente corretta — pirateria — non si tratta di ipocrisia consapevole.
Si tratta di una genuina perdita di vocabolario giuridico condiviso.
Una comunità internazionale che viola le regole sapendolo è una comunità che può, almeno in linea di principio, essere richiamata alla coerenza. Una comunità che viola le regole senza più saperlo non ha punto di partenza normativo su cui fare leva. È questo il sintomo più allarmante dell’Ordine Zero: non l’impunità strutturale, ma la dissociazione epistemologica.
Le istituzioni internazionali sono davvero in crisi o semplicemente in
ritardo rispetto alla realtà geopolitica?
La distinzione è importante, ma la risposta è che sono entrambe le cose — e il secondo aggrava il primo. Non tutte le istituzioni hanno fallito allo stesso modo, e il libro cerca di essere preciso su questo. La NATO, come struttura militare, ha mostrato una capacità di coesione e adattamento sorprendente di fronte all’aggressione russa. L’Unione Europea, di fronte all’invasione dell’Ucraina, ha raggiunto un consenso su sanzioni e sostegno a
Kiev con una rapidità che nessuno avrebbe previsto pochi mesi prima.
Ma il Consiglio di Sicurezza è paralizzato non perché sia “in ritardo”: è paralizzato, come avevo accennato, per una contraddizione strutturale scritta nel suo DNA nel 1945.
I fondatori dell’ONU lo sapevano. Accettarono la contraddizione perché non avevano alternativa: nessuna delle cinque potenze vincitrici avrebbe aderito a un sistema che le rendesse soggette a sanzioni collettive per le proprie azioni. La scelta era tra un sistema imperfetto che le includeva e un sistema perfetto che non sarebbe mai esistito. Scelsero il pragmatismo. Ma quella speranza — che l’interesse comune alla stabilità avrebbe colmato il vuoto — si è rivelata, nel lungo periodo, mal riposta.
Il punto non è che le istituzioni siano troppo lente. È che alcune sono strutturalmente inadeguate rispetto alle sfide del presente, e che riformarle richiede che i detentori dei privilegi istituzionali cedano volontariamente quei privilegi. La storia ci dice che di solito questo avviene solo dopo uno shock sufficientemente grave da ridefinire il calcolo degli interessi. È un’attesa scomoda, ma è onesta.
Il libro prevede tre scenari futuri, ma nessuno è ottimista.
L’osservazione è esatta, e non la contesto. Ma voglio precisarne il senso. Il primo scenario — la multipolarità competitiva — è il più probabile nel medio termine. Non perché sia il migliore, ma perché è il prodotto della tendenza in atto: la multipolarità geopolitica è già reale, la logica bilaterale e transazionale si sta già sostituendo a quella multilaterale. Per
i paesi grandi ha una sua stabilità relativa. Per i paesi piccoli e medi è una catastrofe: la loro sicurezza dipende dalla potenza dei propri patroni, non dal diritto.
Il secondo — il caos frammentato — è il più probabile nel lungo termine se la
multipolarità non riesce a stabilizzarsi. È anche il meno reversibile: il caos distrugge le capacità istituzionali necessarie per costruire l’ordine. E per l’Italia e per l’Europa è lo scenario peggiore in assoluto, perché siamo il pezzo di mondo che più dipende da un sistema internazionale funzionante per la propria prosperità e sicurezza.
Il terzo — il nuovo contratto internazionale — è il più desiderabile e, nell’onestà che mi sono imposto come metodo, il meno probabile nel breve termine. Richiede che le grandi potenze cedano privilegi istituzionali conquistati decenni fa, in cambio di un sistema che gli altri attori riconoscerebbero come genuinamente loro. È una cessione costosa che storicamente avviene solo sotto pressione.
Ma il libro non finisce con i tre scenari. Finisce con una considerazione che
mi sembra la più importante: l’ordine internazionale non è stato un fenomeno
naturale. È stato costruito. È il prodotto di scelte politiche deliberate, di negoziati estenuanti, di visioni in conflitto che hanno trovato un’espressione temporaneamente condivisa. E come tutto ciò che è costruito, può essere demolito. Ma può anche essere ricostruito. Non da forze impersonali della storia: da scelte. Se questo libro riesce a fornire gli strumenti concettuali per capire cosa sta accadendo — e, forse, per pretendere che le regole valgano per tutti — avrà raggiunto il suo scopo.
di Mario Masi
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